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È successo un Sessantotto: dai radicali al radical chic

Non servono grandi spiegazioni, il termine “radicale” fa riferimento alla radice, in botanica è ciò che la riguarda, in politica è un movimento, che scava fino alle radici per risanare e sconvolgere un intero sistema.

Il radicalismo prese piede tra il Settecento e l’Ottocento come corrente formatasi all’interno del movimento liberale con varie proposte di riforme in senso egualitario. Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il movimento radicale ha coinvolto più ambiti, incluso quello dell’architettura. John Garland Pollard aveva definito l’individuo radicale come “un liberale che oltrepassa il limite di velocità”, per quel che riguarda l’architettura questo limite fu superato con il consolidarsi di idee come quelle dell’austriaco Hans Hollein, che concepiva l’ambiente come totalità e sosteneva che “oggi praticamente tutto può essere architettura”. Anche in questo campo c’era l’intenzione di dare vita a una rifondazione concettuale dell’intero campo disciplinare, assecondando il “mood” di cambiamento globale, dovuto anche al periodo storico, che è stato saturo di eventi. L’annullamento di questi confini disciplinari nell’architettura italiana – e fiorentina in particolare – è arrivato tramite realtà come quella di Superstudio e Archizoom (nate entrambe nel 1966) e il movimento del collettivo di architetti radicali UFO, composto da Riccardo Foresi e la moglie Patrizia Cammeo, Carlo Bachi, Lapo Binazzi, Sandro Gioli, Titti Maschietto. Il movimento nacque nel 1967, alla vigilia dell’esplosione dei moti sessantottini. Con l’Europa e il mondo intero in fermento e in continua protesta, UFO proponeva un nuovo modo di fare guerriglia urbana e ambientale, offriva una spettacolarizzazione dell’architettura in versione inedita (e ironica). Tutto intorno l’intento era lo stesso, ribaltare ogni schema esistente. Ribaltare, in particolare, i pregiudizi socio-politici, intento che portò alla formazione dei movimenti studenteschi e le proteste degli operai. Erano gli anni della Primavera di Praga, della Rivoluzione Culturale Cinese che sembrava essere la realizzazione di un’utopia, tutti fenomeni che avevano iniziato a gorgogliare già prima del ’68 e che hanno lasciato uno strascico durato almeno per tutto il decennio successivo, come nel caso italiano. Gli anni Sessanta furono anche quelli dell’arte popolare di Roy Lichtenstein, poi divenuta la pop art che fu pure di Warhol e di Oldenburg.



Sulla scia dei movimenti di sinistra, la critica principale rivolta alla società era contro la mercificazione dei valori, contro il consumismo e il capitalismo imperante, che trasforma tutto in merce e mercato. Elementi che oggi rientrano a far parte del nostro quotidiano, di quella pseudo-distopia scaturita anche dagli eventi di allora. Hippie look, frange, minigonne e pantaloni a zampa di elefante, una rivoluzione che attraversava anche la sfera sessuale, gli anni di Woodstock e della nascita del radical chic. Tutta colpa – si fa per dire – dei “bolscevichi da salotto” descritti da Tom Wolfe nel suo lungo articolo per il New York Magazine uscito nel 1970, che parlava di una festa tenutasi nella grande casa di Park Avenue del musicista Leonard “Lenny” Bernstein. Un party straordinario, che coinvolgeva (lontanissima dai pregiudizi razziali e quindi all’avanguardia per i tempi) i membri del movimento delle Pantere Nere. I radical chic sono, appunto, coloro che appoggiano valori positivi ed egualitari, ma con ostentazione. E solo per mantenere una facciata che crollerebbe al primo soffio di vento. Negli anni in cui Madison Avenue pullulava di pubblicitari – i Mad Men – e molti ragazzi si arruolavano per non fare più ritorno in patria, John Lennon cantava “Give peace a chance“, le lotte pacifiste si contrapponevano agli orrori della Guerra del Vietnam. Si scriveva per la pace, la chiedeva Bob Dylan, la voleva Francesco Guccini, la cantava Joan Baez, le rockstar andavano alla ricerca di nuove risposte in India, il numero dei rivoluzionari da salotto si faceva sempre più consistente, tanto che ai giorni nostri non è così difficile scovare un radical chic. Forse lo siamo un po’ tutti, perlomeno nella nuova accezione, in cui non è richiesto essere particolarmente ricchi, ma si tende ad assumere atteggiamenti che facilmente si possono associare a quel modo di essere. I radical chic che rischiano di essere confusi con gli hipster, quelli dei centrifugati ma solo con frutta e verdura a km 0, il finto cheap sia nel cibo che nell’abbigliamento, quelli che tutto deve essere biologico. No, non c’è niente di male in tutto questo, nell’ecologismo e nell’attenzione che si pone quando si acquista del cibo, tutt’altro. Ciò che distingue il consumatore attento dal radical chic, infatti, è l’atteggiamento, un certo modo di pensare. È radical chic, per esempio, il flexitariano che, quasi letteralmente, non è nè carne nè pesce ma che sceglie “eticamente”, a seconda dell’occasione, se mangiare o meno la carne. Un opportunista mascherato, nella maggior parte dei casi. I radical chic sono i vegetariani e i vegani che lo sono per moda, perché fa tendenza, e non perché ci sia un valore effettivo dietro alle loro scelte, se non quello di seguire la corrente.

Le Black Panthers in casa Bernstein mangiavano asparagi, il puzzolente ma pregiato Roquefort, gli anni Sessanta americani sono stati contraddistinti da una forte influenza della cucina francese, perché piaceva molto – moltissimo – alla famiglia Kennedy, un esempio da seguire. Gli anni Sessanta, però, al di fuori della cucina presidenziale, sono stati il trionfo dell’antiestetico. Oggi badiamo molto all’impatto visivo dei piatti, allora era un’esplosione di gelatine, impiattamenti da fare invidia ai precetti dei futuristi. Frutta in scatola, manzo alla borgognona, cocktail di scampi, di gamberi; mentre il tempo confluiva nel decennio dei Settanta, i crostacei erano sempre più richiesti e il benessere iniziava a bussare alle porte del cittadino medio. Arrivavano comfort mai immaginati prima, con gli elettrodomestici, l’avvento della pentola a pressione, un trionfo di insalata iceberg (magari ripiena), insalata russa, torta all’ananas, salmone, latte, gelato industriale, le merendine confezionate, pesche sciroppate. Tutta roba che probabilmente avrebbe suscitato lo sdegno dei radical meno chic, quelli che non avevano un disprezzo solo apparente e malcelato nei confronti del “vile denaro” e del consumismo spinto.

Un accenno dei radical chic che costituivano una fetta della popolazione sessantottina lo si trova in “The Dreamers” (2003) di Bernardo Bertolucci. Un triangolo amoroso in una Parigi scombussolata dalle proteste degli studenti della Sorbona e il cibo che in casa scarseggia, sebbene il regista di Parma abbia un legame molto particolare con esso. Ma ai fini della narrazione in questo caso non è essenziale, i tre protagonisti rimangono chiusi in casa per giorni, rovistando tra i rifiuti per mangiare se necessario, ma infischiandone beatamente del caos che c’è intorno a loro. Caos che possono ignorare fino a un certo punto, fin quando il rumore non si fa più vicino e il richiamo della rivolta diventa troppo allettante, perfino per loro. I vini d’annata nella cantina del padre dei due fratelli, Isabelle e Théo, simboleggiano la borghesia e il rischio imminente di essere spazzata via da un’ondata di valori completamente nuova, da un cambiamento radicale. Che sì, c’è stato, ma l’utopia non si è avverata, non del tutto. Altrimenti non sarebbe più una realtà da immaginare, non si potrebbe più scrivere nè pronunciare, non ce ne sarebbe bisogno. “All you need is love“, cantava John Lennon. Trascinandoci dietro lo spirito pacifista del tempo, non possiamo fare a meno di pensare che amore e cibo spesso coincidono, nei gesti e nelle sensazioni che suscitano. Lo diceva anche Laura Morante: “La frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”. E mangiare è importante, anche quando succede il Quarantotto Sessantotto.

Foto di Federica Di Giovanni