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Aperitivo: da Ippocrate alla Milano da bere

Postato il 26 maggio 2015 da Elide Messineo
Nato come un modo per stimolare l’appetito, oggi l’aperitivo è un momento di aggregazione irrinunciabile, una pausa per staccare dopo una giornata di lavoro o di lezioni all’università.L’aperitivo dovrebbe fare da preludio alla cena, anche se negli ultimi anni la tendenza è sfociata nell’amato-odiato apericena, la via di mezzo che fa tutti contenti e lascia sazi. Ma in realtà le origini dell’aperitivo sono ben più lontane, quello che oggi è un vero e proprio momento riconoscibile dello stile di vita italiano, si è sviluppato ai tempi di Ippocrate.

Aperire, iniziare: l’aperitivo nasceva come bevanda per stimolare l’appetito. Non era l’happy hour nella Milano da bere, nè spritz e patatine. Tutto quello che facciamo, mangiamo e beviamo ha avuto origine quasi sempre in tempi antichissimi, in questo caso la versione “primordiale” dell’aperitivo risale al V secolo a. C., Ippocrate aveva ideato una bevanda medicinale per i pazienti inappetenti. Vino bianco, ruta, fiori di dittamo e assenzio, la formula fu ripresa anche dai romani, che la modificarono con l’aggiunta di rosmarino e salvia. Nel corso dei secoli, con l’importazione delle spezie dall’Oriente, questo particolare vino si arricchì di nuovi odori e sapori, ma molto tempo dopo non venne più considerata una semplice bevanda medicinale.

Serviva sì a stimolare l’appetito, ma per aprire le danze poco prima dell’ora di cena, così nel 1796 a Torino Antonio Benedetto Carpano iniziò a vendere il vermouth (vino a base di china, in cui erano presenti numerose erbe diverse e assenzio maggiore), che fu molto apprezzato da Vittorio Emanuele II. Presto la notizia si diffuse e la bottega fu assediata giorno e notte dagli estimatori della bevanda. Nei primi anni del 1800 nacque anche l’amaro Ramazzotti, bevanda composta da 33 erbe e radici provenienti da tutto il mondo e primo apertivo senza vino; poco tempo dopo lo seguivano a ruota Martini e Campari, oggi delle vere e proprie istituzioni in questo campo.

Il successo dell’aperitivo come momento di incontro sociale è dovuto tutto a Milano, città dell’aperitivo per antonomasia. Dalle olive d’accompagnamento agli stuzzichini, l’happy hour milanese degli anni Ottanta è stata largamente riprodotta , oggi è considerata uno svago, un modo per stare insieme, lontano dai caffè letterari di un tempo ma forte momento di aggregazione, un rituale che agli italiani piace moltissimo e che nella formula di apericena è diventato anche un modo per mangiare fuori in compagnia ma a costo ridotto, ideale per gli studenti squattrinati o per chi ha in mente qualcosa di poco impegnativo. Non esiste più “l’ora felice” dalle 18 alle 19 in cui i costi dei drink sono dimezzati (“Vivere costa la metà” canta Ligabue nel brano “Happy Hour“), il momento si estende per diverse ore, con buffet che spaziano dai salumi ai rustici passando per veri e propri piatti – risotti, lasagne, couscous. L’aperitivo ha avuto maggiore diffusione al Nord, oltre alla versione milanese c’è lo Spritz veneto, ma anche la Merenda sinoira piemontese, in cui vengono serviti salumi, formaggi e vino. Seguendo l’etimologia della parola “aperitivo“, è ormai assodato che sono le bevande più amare a stimolare l’appetito, quindi per realizzarne uno coi fiocchi bisogna seguire le regole e sono ammessi i cocktail pre-dinner, vino, anice, bitter, vini secchi che siano bianchi, liquorosi o spumanti. La moda è talmente diffusa che spesso gli aperitivi sono organizzati in casa, il web pullula di ricette che vanno dai cocktail al finger food per ricreare la stessa atmosfera di un locale in voga ma in un ambiente più intimo e ristretto, non mancano nemmeno i consigli sulle playlist da riprodurre che, badate bene, non devono essere mai troppo rumorose: socializzare prima di tutto!

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