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Indian Summer: non fidatevi delle oche

Postato il 25 ottobre 2018 da Elide Messineo
New Mexico, 1947. James Douglas Morrison, per gli amici Jim, è un bambino di quattro anni che sta attraversando il deserto tra Albuquerque e Santa Fe in macchina insieme alla famiglia.

È l’alba e il viaggio si interrompe, momentaneamente, a causa di un incidente stradale. C’è un autocarro di operai indiani “sparpagliati, sanguinanti e moribondi” sull’asfalto. La scena sconvolge a tal punto il piccolo Jim che l’episodio diventa un momento-cardine della sua vita; il momento in cui, sostiene lui, gli spiriti degli indiani che “correvano come impazziti” gli entrano in testa, “e io ero come una spugna pronta ad assorbirli”.

Jim Morrison, divenuto in seguito il Re Lucertola frontman della band The Doors, riportò quell’evento come il suo primo incontro con la morte, così intenso e importante da influenzare alcune delle sue composizioni successive, da “Riders on the storm” a “Peace frog”, in cui parla direttamente della vicenda. Icona rock divenuta immortale, la figura di Morrison si è contraddistinta per le sue esibizioni dal vivo, in cui emergevano le sue doti sciamaniche – a quanto pare ereditate proprio dagli spiriti degli indiani visti nel 1947. Un altro brano dei Doors legato alla vicenda è “Indian Summer“, pubblicato nell’album “Morrison Hotel” e, a detta di Manzarek, il primo brano in assoluto registrato dal gruppo.

Estate indiana” è un’espressione tipica del Nord America, che indica il periodo di tepore che di solito si verifica all’inizio di novembre. Corrisponde, in sostanza, alla nostra estate di San Martino, quella in cui un caldo illusorio precede il freddo che apre le porte all’inverno. In questo momento dell’anno gli indiani pellerossa si dedicavano alla raccolta delle scorte invernali. Approfittando delle ultime giornate calde – allora sì che c’erano le mezze stagioni! – interrompevano guerre e attacchi per procurarsi granturco a sufficienza per arrivare alla primavera. Il corrispettivo italiano di questo periodo dell’anno è, appunto, quello dell’estate di San Martino, che raggiunge il suo culmine l’11 novembre, giorno in cui si festeggia il santo.

Questo periodo dell’autunno viene celebrato, in modi diversi, anche in altre aree d’Europa. Le stagioni, con i loro cambiamenti, hanno sempre influenzato la vita dell’uomo, dando vita a una serie di tradizioni pagane e contadine che sono perdurate nel tempo. Molte di esse sono legate al fatto che, a ridosso dell’arrivo del freddo, molte popolazioni nomadi si spostavano verso i territori di caccia o sistemavano le loro abitazioni per resistere al gelo.



A San Martino ogni mosto diventa vino

In Italia il periodo di inizio novembre e l’espressione “fare San Martino” sono legati all’usanza di rinnovare i contratti agricoli annuali. Un tempo i contadini si spostavano a seconda dei terreni in cui venivano assunti per lavorare, pertanto si ritrovavano a doversi spostare se i loro contratti non venivano rinnovati.
La celebre poesia di Giosuè Carducci, “San Martino”, ricrea perfettamente l’atmosfera di queste giornate, che coincide anche con i primi assaggi del vino nuovo dopo le fatiche della vendemmia. Il santo celebrato è San Martino di Tours, di origini ungheresi. Fu soldato ad Amiens per lungo tempo e la leggenda narra che, nell’inverno del 335, incontrò un mendicante seminudo. Faceva molto freddo, così Martino si tolse un pezzo del suo mantello affinché l’uomo lo usasse per ripararsi e scaldarsi. La notte dopo gli apparve Gesù in sogno, indossava metà del mantello del soldato che, al suo risveglio, trovò il suo indumento integro. Questo episodio cambiò la vita di Martino di Tours e lo portò alla conversione, che culminò con la sua ascesa in ambito ecclesiastico: nel 371 diventò vescovo di Tours.

Questo momento della vita di San Martino spiega perché in alcune zone della Germania e dell’Austria (ma anche in altre aree del Nord Europa) nella giornata dell’11 novembre – che coincide con quella della sepoltura del santo – si usa mangiare l’oca. Per il suo impegno, il suo altruismo, le sue abilità da taumaturgo e il suo carisma, Martino di Tours era molto amato dalla gente del posto. Furono proprio i cittadini del comune francese a volerlo come vescovo, nonostante lui non ambisse a questo ruolo di prestigio. Martino era un uomo del popolo, che girava per le campagne e convertiva i pagani. La leggenda narra, infatti, che per evitare la proclamazione, l’uomo decise di non farsi trovare. Scelse come nascondiglio un capanno in cui c’erano delle oche. Fu il loro starnazzare a rivelare il nascondiglio e a condurlo al suo inevitabile destino.
Come tutti i santi, anche San Martino è patrono di molti luoghi, cose e persone e tra mendicanti, cavalieri e militari, ironia del destino, è anche il santo patrono delle oche.

Foto di Federica Di Giovanni

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