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Parola d’ordine: performance

Postato il 16 Gennaio 2019 da Elide Messineo
Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

(Matteo, 26,20-29)

Nel 2009, alla David Roberts Foundation, l’artista messicano Raùl Ortega Ayala ha realizzato “The Last Supper”, una performance in cui metteva in atto l’ultima cena avvalendosi di 12 volontari tra i visitatori della galleria. Supportato dall’esperto di storia del cibo Daniel Rogov, l’artista ha cucinato tutti i pasti per i suoi ospiti cercando di mantenersi strettamente fedele a quelli originari. Nel corso della performance, durata oltre tre ore, Ortega Ayala ha accolto e servito gli ospiti alla maniera narrata nel Vangelo, inclusa la lavanda dei piedi. L’esperimento metteva insieme 12 sconosciuti – tanti quanti gli Apostoli – in un ambiente conviviale e, almeno apparentemente, familiare. La sacralità dell’ultima cena, quella citata nel Vangelo di Matteo, svaniva all’interno di un evento divenuto mondano, al limite del reality show, sottoposto allo sguardo del pubblico anche dopo la sua conclusione. Come accade spesso nell’ambito delle performance artistiche in cui viene utilizzato il cibo, questo viene scardinato dalla sua funzione primaria e diventa più facilmente uno strumento di comunicazione o un oggetto di contemplazione. Lo stesso accade per la religione, che assume una funzione diversa da quella originaria, perdendo la sua solennità. Raùl Ortega Ayala in “The Last Supper” ha legato ogni prodotto a una descrizione della ricetta e della provenienza degli ingredienti, una tendenza che ha preso piede solo negli ultimi anni, conseguenza di un aumento diffuso della consapevolezza dei consumatori. Con il suo gesto, l’artista ha aperto un ulteriore divario tra religione e secolarità. Nella sua performance Ortega Ayala metteva in atto un principio molto caro anche al collega Rirkrit Tiravanija, quello di consolidare l’interazione umana, considerandola come una vera e propria forma d’arte in un’epoca in cui la socializzazione viene meno a causa della tecnologia. Il pensiero di Tiravanija, emerso nella seconda metà degli anni Novanta, oggi risulta essere ancor più attuale e prezioso.

Il cibo è stato un elemento fondamentale in altre opere di Raùl Ortega Ayala, inclusa la replica della Torre di Babele di Pieter Bruegel (1563) fatta di grasso: un prodotto destinato alla decomposizione, così come gli avanzi dell’ultima cena tra 12 sconosciuti rimasti in esposizione a seguito dell’evento. Con la performance “Melting Pots” Ortega Ayala ha riprodotto un buffet che veniva preparato nel ristorante Windows on the world che si trovava nel World Trade Center. Nell’attacco dell’11 settembre 2001 morirono 12 membri dello staff e oltre 70 persone tra i presenti. Ortega ha utilizzato vassoi in parte ricavati dai detriti del crollo delle Torri, metallo recuperato per dimostrare un ciclo paradossale delle cose, tornate in qualche modo a esistere, ricomposte dopo il caos e finite sotto lo sguardo dei visitatori della mostra “Foodprints”. In un altro progetto, legato alla videoarte, Ortega Ayala ha messo il suo pubblico di fronte a un altro paradosso, quello del consumo e dello spreco di cibo. L’opera “Tomatina-Tim” contrappone il festival spagnolo La Tomatina, basato sul lancio di pomodori, ai competitive eater, i “mangiatori professionisti” di hot dog. Un’esperienza tutta americana, in cui ci sono persone in grado di ingurgitare 40 hot dog in 10 minuti.

La religione come elemento ricorrente

La religione torna nell’arte di Joseph Beuys, come in “Friday Action, First Class Fried Freshbones” del 1970. Lische di pesce mostrate come reliquie: secondo il fotografo Bernd Jensen, che ha seguito l’artista e il suo operato, il pesce viene associato alla figura di Cristo e anche la scelta del giorno, il venerdì, non è casuale ed è notoriamente rilevante nella tradizione cristiana. Rispetto a molti suoi colleghi, Beuys ha sempre pensato che tutti possono essere artisti e ogni azione può essere un’opera d’arte. Nel corso della sua carriera ha utilizzato due elementi fondamentali e ricorrenti, il grasso e il feltro, legati a una storia personale dal sapore di leggenda. Nonostante la sua storia non risultasse credibile, Joseph Beuys ha sempre raccontato l’origine dell’importanza di questi due elementi. Durante la Seconda Guerra Mondiale era un pilota nazista, quando il suo Stuka è stato abbattuto, l’artista ha rischiato di morire assiderato sotto la neve. A salvarlo sarebbero state alcune persone della tribù nomade dei Tatari, che lo avrebbero ricoperto di grasso e poi di feltro per rimetterlo in salute. Rimasto per molto tempo sotto la neve e incosciente per circa una settimana, Beuys avrebbe vissuto un momento fondamentale, di svolta, della sua vita. Vero o presunto, questo episodio ha influenzato tutta la sua produzione successiva. Ricorrente, dal punto di vista filosofico, è sempre l’idea di riportare il caos alla forma, di rimettere in ordine, seguendo quello che poi è il naturale processo della vita e della società umana. Emblema di questo pensiero è il grasso di “Fat Corner”, destinato a marcire sotto gli occhi dello spettatore, coinvolto nell’opera anche dal punto di vista olfattivo. La decomposizione del cibo è un fenomeno che si è rivelato affascinante per molti artisti e in varie performance, come nel caso del “Banana Wall”.

La scultura sociale

Se a Filippo Tommaso Marinetti viene attribuito il merito di aver trasformato il consumo di cibo in arte, a Tom Marioni bisogna attribuire quello di aver trasformato il consumo di birra e l’annessa convivialità nella massima espressione artistica (con molta modestia e ironia). Sua è la performance “The art of drinking beer with friends is the highest form of art” (1970), messa in atto all’Oakland Museum of California. La performance consisteva nel raggruppare più persone e bere birra. “Volevo fare in modo che l’arte fosse quanto più vicina alla vita reale, senza che fosse vita reale”, ha dichiarato Marioni. Lo stesso artista che ha dato vita alla sound sculpture con la sua “Beer drinking sonata”. Chiaramente estimatore della birra, Tom Marioni ha creato l’Art Orchestra, composta da 30 membri. I “musicisti” bevevano birra e suonavano soffiando nella bottiglia e, man mano che la bevanda si esauriva, il suono mutava, diventando più profondo. Anche nell’arte divertita di Marioni c’è la continua ricerca di momenti di unione e convivialità, per restare lungo il filone portato avanti da Tiravanija e il suo pad thai servito ai visitatori delle gallerie durante le sue performance. Un artista al servizio del suo pubblico, in tutti i sensi, con l’intento di generare sempre e comunque un’interazione tra l’arte e i suoi fruitori. Un concetto di arte che Beauys ha messo in pratica, a suo tempo, attraverso il lavoro della cosiddetta “scultura sociale” che rende lo spettatore parte integrante dell’esperienza e l’artista parte integrante del cambiamento della società. Questo approccio rimette in discussione la concezione dell’arte, spesso considerata lontana e intangibile, qualcosa di avulso dalla realtà e dal quotidiano. Molti artisti hanno invece dimostrato il contrario, in molti casi facendo coincidere il loro fare arte con la pubblicità, la forma di comunicazione che più di tutte necessita di divulgazione, di non rimanere rinchiusa tra le mura di una galleria ed essere destinata a pochi eletti. La pubblicità interessa tutti e colpisce anche indirettamente, dagli esponenti della pop-art in poi il confine tra le due spesso si è fatto molto labile. Questo ha fatto sì che entrambe, unite, avessero anche un’utilità sociale e non solamente estetica. Lo dimostrano, tra gli altri, l’esperimento di Peggy DiggsThe domestic violence milk carton project”. L’artista nel 1992 fece stampare sui cartoni del latte il suo messaggio contro la violenza domestica. I cartoni del latte, prodotti dalla Tuscan Dairy (non senza problemi e polemiche), portarono l’arte di Peggy Diggs in migliaia di case dell’area compresa tra New York e il New Jersey; magari le stesse case in cui, molto spesso, si verificavano episodi di violenza mai denunciati. L’impegno sociale, diffuso tramite un progetto artistico, arrivò fino a Washington D.C. Il Senatore Joe Biden fece dell’impegno di Diggs uno dei suoi punti fondamentali dell’agenda politica e l’artista stessa tenne un importante discorso sul tema a Capitol Hill. “Domestic Violence: Not Just A Family Matter” era il titolo del discorso presentato in udienza. Il problema della violenza domestica, tutt’ora un tema molto sentito e scottante, non è solo “una questione di famiglia” ma coinvolge l’intero sistema. Così come l’arte, quando diventa uno strumento di divulgazione capace riportare l’attenzione su questioni che vanno ben oltre l’estetica.

Foto di Federica Di Giovanni

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