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Speakeasy e mixology

Postato il 11 febbraio 2017 da Elide Messineo

Sono le 10.30 del mattino del 14 febbraio 1929 al 2122 di North Clark Street a Chicago, Illinois, si sentono centinaia di colpi di mitragliatore provenire da un garage. Nel frattempo a Miami c’è un uomo che rafforza il suo alibi apparentemente di ferro, davanti allo specchio sistema la sua cravatta, sceglie il cappello da indossare, è stato convocato da un giudice federale per un interrogatorio. Fissa il bicchiere svuotato la sera prima, la bottiglia dimezzata di Templeton Rye, arrivato appositamente dall’Iowa.

L’America ancora non lo sa, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale il Paese si è ripreso economicamente ma ora sta per subire una battuta d’arresto; nel giro di pochi mesi i cosiddetti “roaring twenties” svaniranno nel nulla, il 29 ottobre del 1929 – il giovedì nero – il crollo della borsa di Wall Street darà il via a una crisi economica mondiale, innescata già due anni prima. Degli anni ruggenti non rimane traccia, tutto si sfalda sotto il peso schiacciante di una “classe criminale” sborona, ingioiellata, rivestita di seta e che odora di sigaro. Dopo il boom economico, i grandi gangster devono affrontare una questione non da poco, che nel 1933 manderà in tilt tutte le loro attività: il proibizionismo.

Da Brooklyn, ultimo di nove figli, Al Capone inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo della criminalità organizzata: cresciuto nella povertà e nel degrado, diventa presto uno dei preferiti di Johnny Torrio. Diventa poi il suo sostituto e viene inviato per gli affari a Chicago, si costruisce una reputazione solida perché fa molta carità e la gente lo ama, pur sapendo di cosa si occupa. Al Capone si trasforma nel giro di poco tempo in uno dei gangster più famosi e potenti in circolazione – tutt’oggi viene considerato tale e viene citato in tantissime opere – ma una cosa la gente non gliela perdona: il massacro di San Valentino.



L’era del proibizionismo e il ritorno degli speakeasy

Il controllo della città e il mercato dell’alcol erano contesi tra la mafia italo-americana e quella irlandese, che allora aveva il volto di Bugs Moran. Al Capone prese il suo volo per Miami, il fidato Sam Giancana e altri suoi uomini si finsero poliziotti per arrestare gli uomini di Bugs che, disarmati, vennero portati nel garage di North Clark Street e uccisi. Al Capone era convinto di avere un alibi di ferro ma tutti sapevano chi fosse il vero responsabile della strage: da allora la figura del moderno Robin Hood di cui poteva godere divenne solo un lontano ricordo. Il gangster se ne andò a soli 48 anni, ormai consumato dalla demenza causata dalla sifilide, che gli provocò l’ictus e la polmonite che lo stroncarono. Era a Miami, ma fu seppellito a Chicago, la città che aveva governato per anni.

In quegli anni, prima che il mondo si scontrasse faccia a faccia con la crisi e che la legislazione cambiasse, le attività criminali si basavano prevalentemente sul commercio di alcol, diventato un problema sociale in molti Stati. Negli honky-tonk degli Stati del Sud si suonava musica country, l’alcol faceva da collante sociale ma al contempo contribuiva al degrado, con i mariti che tornavano a casa ubriachi fradici, abusando delle mogli. Iniziarono da lì gli anni del proibizionismo, fatti di enormi contraddizioni: dal 1919 al 1933 ci fu un tentativo di arginare – se non eliminare del tutto – i problemi legati a determinati stili di vita, considerati sui generis, principalmente correlati all’alcol. I locali non potevano più servirne e questo fu un intoppo per la criminalità organizzata, che non si perse d’animo: nacquero gli speakeasy. Gli anni d’oro di Al Capone furono anche questo, locali che divennero fonte di affari prolifici, erano gli anni della Harlem Renaissance, della pubblicazione di “The New Negro” (1925) e, nonostante il razzismo imperante, anche gli afroamericani potevano bere e divertirsi. Erano la versione leggermente più evoluta del saloon, in alcuni casi un po’ musica e un po’ bordello, con l’alcol che teneva insieme tutti gli elementi e faceva dimenticare agli operai di essere “sfruttati, malpagati e frustrati”. Gli speakeasy spuntavano come funghi, continuando a portare soldi nelle casse della mafia.

Il fenomeno si è dissolto alle 17.27 del 5 dicembre 1933, quando la criminalità organizzata vide crollare l’impero che aveva costruito, mentre il Governo americano scoprì il potenziale che per tutti quegli anni Al Capone e colleghi avevano sfruttato tramite il mercato nero. Le cassa rimpinguate, la creazione di nuovi posti di lavoro, la fine di un’era che davanti a sé non aveva ancora nulla di buono.

Gli speakeasy però sono tornati, insieme all’eleganza e la precisione del mixologist. Lo sfizio è quello di riuscire a trovarli, tra passaparola e parole d’ordine da scoprire; alcuni sono più sdoganati e non così top secret come dovrebbe essere, altri rimangono avvolti nel mistero. Dalle grandi metropoli si sta diffondendo questo ritorno in grande stile, anche se il proibizionismo non è mai tornato. Speakeasy, parlare piano, per non farsi scoprire dalle forze dell’ordine per chi frequentava i locali negli anni Venti, oggi è solo per il gusto di conoscere un posto esclusivo in cui gustare un buon cocktail. Con il diffondersi di questa tipologia di locale si è sentito parlare sempre di più del ruolo del mixologist, un po’ barman e un po’ piccolo chimico. Non si tratta di una semplice tendenza hipster, si tratta di mettere in risalto un’esperienza che troppo spesso viene vissuta (e anche messa in pratica) con troppa superficialità.

Il loro laboratorio è il bancone, dove si destreggiano tra spezie e liquori. I mixologist propongono delle preparazioni di alto livello, ma sapete qual è la differenza tra loro e un bartender? Non si tratta solo di rinnovare un termine che per molti potrebbe risultare obsoleto, perché una differenza reale c’è: il primo la ricetta la crea, il secondo si limita a seguirne una. Mac Gregory, direttore del reparto Beverage & Food di Starwood Hotels, nel 2011 ha spiegato che “si può essere bartender senza essere mixologist ma non mixologist senza essere bartender”. Il Garzanti definisce il mixologist un barista esperto in cocktail. Alcuni li chiamano barchef, poiché utilizzano più strumenti del consueto per produrre i loro cocktail – a volte perfino dei saldatori! Come sempre tutto è ciclico e tutto torna, la storia continua a ripetersi in versione più elaborata e raffinata: gli speakeasy sono tornati, in un contesto storico completamente nuovo e diverso. Niente di quello che avete letto o visto ne “Il grande Gatsby“, non ci sono collane di perle da sfoggiare, al massimo un profilo Instagram.


Foto di Federica Di Giovanni

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