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Antropologia di un cocomero

Postato il 10 agosto 2016 da Elide Messineo
Nella seconda metà dell’Ottocento l’affascinante Africa nera attirò la curiosità di alcuni esploratori. Continente misterioso, selvatico ed estremamente pericoloso, diventò un punto di riferimento per Paesi che, come la Gran Bretagna, avevano deciso di espandersi altrove, alla ricerca di nuove regioni da colonizzare.

Una volta arrivati sul continente, per la maggior parte gli uomini impiegati per le spedizioni morivano per via della malaria e altre malattie, si scontravano con un clima e una civiltà completamente diverse dalla loro, i Paesi colonizzatori  sfruttavano gli schiavi e il territorio ricco di giacimenti d’oro e di diamanti. Insieme a Henry Morton Stanley, David Livingstone è uno degli esploratori più celebri del periodo vittoriano. Il primo, anzi, organizzò una spedizione per trovare il secondo, riuscendoci finalmente il 10 novembre 1981. Stanley aveva avuto a disposizione migliaia e migliaia di sterline, all’epoca un evento quasi impensabile. Trovò Livingstone vicino al lago Tanganica, quando ormai l’uomo si era ammalato di malaria. David Livingstone si trasferì dalla Scozia all’Africa insieme alla moglie. Fu lui il primo occidentale a scoprire le famose cascate Vittoria – chiaro omaggio alla regina – attraversando l’entroterra africano alla ricerca di nuove rotte commerciali. Le spedizioni all’epoca non erano di certo una passeggiata e mietevano vittime, la stessa moglie dell’esploratore perse la vita a causa della malaria, insieme ad altri uomini impiegati nella ricerca, una delle spedizioni più tragiche fu quella sul fiume Zambesi. David Livingstone durante le sue esplorazioni fece una scoperta per noi oggi preziosissima: il cocomero. Lo trovò nel deserto del Kalahari (un’area che ricopre Botswana, Zimbabwe, Namibia e Sudafrica), dove cresceva selvatico. Proprio in Botswana, presso la tribù dei bechuana, il cocomero era considerato un frutto sacro, le sue foglie venivano utilizzate durante dei rituali di purificazione prima di consumare il raccolto.  Livingstone perse la vita nel 1873, due anni dopo il celebre incontro con Stanley, determinato fino alla fine a portare a compimento la sua ultima missione. Delle credenze della tribù dei bechuana parlò l’antropologo James Frazer nel 1890 nel saggio “Il ramo d’oro”, in cui si occupava delle usanze e dei riti delle culture primitive.

Anguria

In Italia, in un certo senso, il cocomero (o anguria) è considerato “sacro” per la sua bontà e i suoi benefici. Prima ancora della scoperta di Livingstone l’esistenza del cocomero è stata documentata nei geroglifici degli antichi egizi. Anche allora gli era conferita una funzione sacra, veniva lasciato nelle tombe dei faraoni come mezzo di sostentamento per l’aldilà. Gli antichi egizi credevano che provenisse dal seme di Seth, il dio del caos: metà uomo e metà animale, era il dio nato dall’unione di Geb e Nut, la terra e il cielo. L’esistenza del cocomero, inoltre, è stata accertata anche nella Cina del X secolo. Oggi l’anguria è un frutto che viene degustato per rinfrescarsi, a volte è usato a scopo ornamentale per incredibili sculture e d’estate è sempre presente sulla tavola. I nomi per identificare questo frutto sono svariati, se gli antichi greci lo chiamavano “angùrion” proprio come il cetriolo selvatico, il termine “cocomero” deriva dal latino “cucumis“, che sta sempre ad indicare il cetriolo. Nel Sud Italia è “mellone d’acqua“, l’equivalente del “watermelon” anglofono, nel Nord Italia si usa di più il termine “anguria”, ma ogni regione ha poi la sua specifica forma dialettale. Parlando del cocomero meridionale Mark Twain lo definì “un dono del signore”: questo frutto dolce, rinfrescante, è amatissimo nel periodo estivo e ne esistono diversi tipi, attualmente più di 1200.

Composto per il 90% di acqua, è uno dei frutti più salutari che si possano mangiare. Emblema dell’estate, il cocomero è dissetante, ha effetti diuretici ma apporta molti altri benefici. Nonostante l’altissima percentuale di acqua contiene anche zucchero e sali minerali, tra cui magnesio, potassio e fosforo. Come il pomodoro, anche la polpa rossa dell’anguria è ricca di licopene, vitamina A e betacarotene. Ha effetti drenanti, elimina le tossine, i suoi benefici si estendono anche al campo estetico: l’anguria è una grande alleata nella lotta contro la cellulite e la pelle a buccia d’arancia, favorisce l’abbronzatura, idrata e l’effetto diuretico aiuta a sentirsi più leggeri. Come se non bastasse, offre un senso di sazietà che annulla i sensi di colpa, proprio per la sua composizione a prevalenza di acqua. Cocktail, profumi, caramelle e lozioni, l’anguria si può davvero trovare ovunque. Frutto sacro o profano, a seconda di chi lo gusta, di certo è immancabile a tavola, soprattutto nelle afose sere d’estate quando, in cerca di un po’ di refrigerio, verrete travolti dai colori e dalla dolcezza del citrullus lanatus.

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Foto di Federica Di Giovanni

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