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Da dove arrivano i regali di Natale

Postato il 6 dicembre 2017 da Elide Messineo
Dicembre, Natale, è tempo di corse pazze da un negozio all’altro alla ricerca del regalo perfetto per amici e parenti. Sondaggi e tg annunciano che, anno dopo anno, agli italiani piace ricevere regali a base di cibo.

Non solo panettone e pandoro, a Natale si regalano salumi, bottiglie di vino, specialità provenienti da ogni regione, chicche gourmet per gli appassionati e i palati più curiosi. Il cibo, rispetto ad altre categorie di prodotti, comprende le più svariate fasce di prezzo e permette di accontentare anche i più esigenti. Lo scambio di cibo come regalo risale a moltissimo tempo fa, alle strenne, che oggi vengono identificate nel classico cesto aziendale che arriva, puntuale, sotto le feste.

Le strenne risalgono ai Saturnali, a quando Tito Tazio, re dei Sabini, chiese ai suoi sudditi un ramoscello d’ulivo colto dal bosco sacro alla dea Strenia (simbolo di prosperità e fortuna), ma a volte i regali arrivavano sotto altre forme, molto spesso erano fichi o miele. I Saturnali erano delle feste molto popolari anche perché, almeno per quei giorni, tutti potevano sentirsi allo stesso livello, perfino gli schiavi erano “liberi”. Tra riti orgiastici e scambio di doni, attraverso la celebrazione dei Saturnalia si finiva con l’abolire ogni distanza sociale ed anzi si usava sbeffeggiare la classe nobile. Questo particolare rituale dell’antica Roma si colloca esattamente a metà strada tra quelle che per noi oggi sono le feste di Natale e Capodanno, ma c’è anche un po’ di Carnevale – veniva infatti eletto un princeps che poi si mascherava con colori sgargianti, caricatura delle classi più agiate. I Saturnali – in onore di Saturno, dio della seminagione – si festeggiavano di solito tra il 17 e il 23 dicembre, celebravano il solstizio d’inverno e l’arrivo dell’anno nuovo, con lo scambio di doni augurali. Ma i regali di buon augurio fondamentalmente sono sempre esistiti e si ritrovano anche nella mitologia norrena, che ha contribuito alla creazione della figura di Babbo Natale. Sebbene derivi da San Nicola, alcuni riferimenti ritornano nella mitologia germanica. A Natale, soprattutto nei paesi anglosassoni, i bambini sono soliti lasciare latte e biscotti sul tavolo, per far sì che durante la sua lunga notte di lavoro Santa Claus sia sempre sazio. I bambini della mitologia germanica erano soliti lasciare i loro stivali pieni di cibo per sfamare Sleipnir, il cavallo a otto zampe del dio Odino, di ritorno dalla grande battuta di caccia che avveniva di solito a fine dicembre. Per riconoscenza Odino – che si nutriva prevalentemente di vino e idromele – lasciava in cambio dei dolciumi. Babbo Natale non esiste in tutti i paesi e spesso e volentieri assume diverse forme, ma il concetto di base rimane lo stesso e le analogie con Odino sono molte, dall’aspetto fisico alla collocazione geografica. In Svezia c’è il folletto Tomte, che in Danimarca si chiama Nisse, in Islanda i folletti sono 3, numero ricorrente nel folklore in generale, e lasciano delle patate ai bambini che si sono comportati male. Noi conosciamo la versione del carbone, ancora più diffusa quando si tratta dell’Epifania e dell’arrivo della Befana. Anche quest’ultima non sembra essere una festa direttamente correlata al cristianesimo, sempre ai tempi dei Saturnali i romani festeggiavano i Sigillaria. Questa festività seguiva i Saturnali ma era incentrata sui bambini, che ricevevano in dono giochi o piccoli dipinti. Religione, folklore e paganesimo si mescolano sempre, da sempre. Il Babbo Natale che conosciamo oggi nella sua “figura di vecchio rubicondo” è l’evoluzione dalla figura di San Nicola che ha subito nel tempo e no, non indossa abiti rossi per via della pubblicità della Coca Cola, anche se il mondo del marketing e la commercializzazione hanno giocato un ruolo importante per il mantenimento del suo successo nel tempo. E non solo il suo. Anche quello dei suoi aiutanti, gli elfi, e delle sue renne, che sono 8, come le zampe di Sleipnir. La più famosa è Rudolph, creata ad hoc per i grandi magazzini Montgomery Ward nel 1939: oggi ha una canzone tutta sua – tra le più famose del periodo natalizio – e svariati riferimenti culturali, oltre che film ad essa dedicati.

I regali di oggi, siano essi cibo o altro, vengono incartati e sapientemente confezionati ma non è sempre andata così. Anche questo è il risultato di una progressiva commercializzazione della festa, poiché l’incarto ha impatto estetico ma aumenta l’effetto sorpresa e crea un po’ di suspense. Il cibo non viene apprezzato solo come regalo ma la sua centralità – che si ritrova praticamente sempre in rituali e festeggiamenti – viene rimarcata anche nelle più note canzoncine natalizie. L’associazione del Natale col cibo spesso rimanda ai ricordi d’infanzia, a profumi e piatti ben precisi, scatena l’effetto nostalgia e fa venire voglia di casa e famiglia. Come i marshmallow che ricordano la neve in “Marshmallow World” di Frank Sinatra, quelli da tostare di “It’s the Most Wonderful Time of the Year” o le castagne da arrostire sul fuoco di Nat King Cole, i pop corn in “Let it snow” o il pudding di fichi in “We wish you a merry Christmas”, la torta di zucca in “Rocking Around the Christmas Tree”. Il cibo è anche il motivo del successo dei calendari dell’avvento di origini germaniche, che tanto piacciono ai bambini. Il conto alla rovescia dei giorni che mancano al Natale, ogni giorno alla scoperta di un sapore nuovo, con un cioccolatino nascosto dietro una porticina. La parte più difficile è riuscire ad aspettare un altro giorno e un altro ancora.

Foto di Federica Di Giovanni

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