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Dal food porn alla food photography

Postato il 19 aprile 2016 da Elide Messineo
Navigando su internet si trovano innumerevoli tutorial sul modo migliore di fotografare il cibo. Esiste perfino la figura del food stylist, cioè colui che si occupa di rendere il set fotografico allettante per chi dovrà osservare. Ci sono così tanti trucchi del mestiere che in molti casi i piatti che ci fanno gola non sono nemmeno commestibili. Per fare un esempio, il latte gustoso delle pubblicità o presente sul packaging dei cereali che mangiate a colazione, bianchissimo, che sembra di poterlo assaporare già solo alla vista, spesso è colla vinilica mescolata con acqua. La questione può apparire controversa, deludente e irrispettosa per alcuni, ma lo scopo della foto è solo quello di raccontare il prodotto attirando l’attenzione del potenziale compratore, le scelte sul set sono puramente funzionali e tecniche.

Dal cibo, lo abbiamo visto in diversi ambiti, possono nascere dei veri e propri capolavori e sono molti gli artisti che si sono concentrati soprattutto sugli alimenti. New York sembra essere una grandissima fonte di ispirazione, con fotografi che spesso si occupano di libri di cucina, still life e lavorano nel campo della pubblicità. Un esempio di food photography sono gli scatti di Davide Luciano, che mostrano il cibo composto e scomposto, i colori sono forti e colpiscono subito, non mancano le citazioni cinematografiche e un ordine quasi maniacale, tipico del genere.

La fotografa francese Cerise Doucéde ha creato dei set in cui mostra scene di vita quotidiana, con i modelli sempre immobili e gli oggetti che fluttuano nella stanza, appesi a dei fili quasi invisibili. Nella maggior parte degli scatti è presente il cibo, che non è sempre solo ed esclusivamente fine a se stesso ma può essere utile anche per lanciare messaggi, di qualsiasi tipo a seconda dell’artista che lo usa. In questo caso la Doucéde ritrae scene semplici, come il marito e la moglie a letto, appena svegli e una colazione che fluttua sulle loro teste. Una ragazza in cucina è circondata da cereali, tazze e popcorn oppure ancora due coniugi seduti a tavola, distanti l’uno dall’altra, con il tavolo sovrastato da hot dog, panini e bevande di ogni tipo. Una donna nel soggiorno è circondata da tazze e piatti, l’artista definisce “piccole allucinazioni quotidiane” quello che si vede nei suoi scatti, momenti in cui si compiono azioni ordinarie quasi meccaniche, pensando a tutt’altro, quando l’immaginazione supera la realtà.


fotografia


In altri casi il cibo ha una funzione puramente estetica come in “The pure wonder #1” di Miles Alridge, uno dei suoi tanti lavori che tirano in ballo il cibo. Si vede il volto di una modella, le unghie lunghe laccate appoggiate alle labbra, su un dito c’è del caviale. Da buon fotografo di moda, Alridge conferisce sempre un tocco lussurioso ai suoi scatti. Ci sono tavole imbandite di vino e crostacei, cene di lusso, cafè parigini, Coca-Cola, popcorn, una bottiglia di ketchup frantumata sul pavimento, macarons. Gli ambienti sono sempre asettici e modelli e modelle hanno sempre lo sguardo vacuo, casalinghe vestite da passerella vivono frustrate rinchiuse nelle cucine con vassoi rotti e tacchi a spillo, fanno la spesa al supermercato e i carrelli esplodono di carne, latte, frutta, oppure Alridge si concentra sui dettagli in maniera ancora più d’impatto, mostrando solo una forchetta con gli spaghetti arrotolati pronti a essere divorati. Il trionfo dell’estetica si vede nelle opere di David LaChapelle: dissacrante e controverso, non sempre apprezzato, sfocia nel blasfemo con le sue immagini incentrate sulla figura di Gesù. Che nel caso di “Last supper” (L’ultima cena) si trasforma nel capo di una gang, una versione più modaiola dell’opera che tutti conosciamo in cui gli apostoli tatuati bevono birra, indossano cappellini e sembrano essere appena usciti da uno dei quartieri più malfamati di una grande città.

Uno dei fotografi più importanti della storia è Philippe Halsman, con una serie di ritratti a personaggi di spicco. Tra le più famose rimane quella della jumpology (da lui praticamente sdoganata) e che ha come protagonista Salvador Dalì. Artista eclettico quanto basta da voler assecondare le fantasie del fotografo, posa anche in “Popcorn nude” del 1949: lo vediamo tirare un forte calcio nel vuoto, mentre davanti a lui c’è una donna sospesa, circondata da pane e popcorn, sospesi a loro volta a mezz’aria. Nel corso della sua carriera Halsman ha fotografato molti volti celebri e qualche volta c’era anche il cibo di mezzo, come nel caso di Marilyn Monroe, immortalata mentre mangia un hamburger in macchina, o Alfred Hitchcock, il regista gourmand degusta il suo té leggendo il giornale, con alle spalle il suo cagnolino.

Sono veri e propri capolavori gli scatti di Anthony Florio, la cura e la precisione usati gli sono valsi diversi riconoscimenti, ma non mancano immagini che potrebbero risultare più crude. Hélène Dujardin invece ha mollato il suo lavoro da pasticcera per dedicarsi interamente al mondo della fotografia, senza però abbandonare l’ingrediente principale: il cibo. Pulizia e simmetria dominano i suoi scatti, mentre sono più elaborate e ricercate le immagini di Maurizio Di Iorio. Il fotografo va sempre alla ricerca dell’elemento diverso, l’uovo rotto lo ritroviamo incerottato, si muove tra parate di ghiaccioli, melanzane anomale, colori d’impatto, studiati nel minimo dettaglio, tuorli messi sotto la lente d’ingrandimento, un lavoro decisamente pop: gioie per gli occhi che fanno venire l’acquolina in bocca.

Foto di Federica Di Giovanni

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