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Se il cibo non è cibo

Postato il 30 aprile 2016 da Elide Messineo
Abbiamo seguito la passione per il cibo di Rossini, la cucina barocca con Vivaldi, un modo più spirituale di nutrirsi con David Bowie, questa volta tocca alla musica rock. Andy Warhol in qualche modo torna sempre: quando l’artista, massimo esponente della pop art, cambiava tutte le carte in tavola con la serigrafia e un’arte di massa come i consumi, arrivava la sua zuppa Campbell, diventata una vera e propria icona. In ambito musicale fu decisivo l’incontro tra Warhol e i Velvet Underground, nel 1967 stava nascendo la leggenda di “The Velvet Underground & Nico”, la copertina dell’album con la celeberrima banana – più allusiva che mai – segnò la storia di un album inizialmente sfortunatissimo, dal quale sono nati brani come “Sunday Morning” e “Heroin”, pezzi che oggi fanno parte dell’ABC del rock. Gli anni Sessanta regalano grandi gioie, perché nello stesso anno in cui uscivano le copie del “banana album” (le prime oggi valgono tantissimo), i Beatles lanciavano “Strawberry fields forever”. Difficilmente i brani musicali hanno a che fare col cibo, in questo caso infatti le fragole del titolo hanno poco a che fare con la frutta. Il pezzo, firmato da John Lennon e Paul McCartney è uno sguardo nostalgico al mondo dell’infanzia. Lennon lo scrisse mentre si trovava in Spagna ma lo Strawberry Field del titolo altro non era che un orfanotrofio di Liverpool.

 

Torte, marmellate e zucche rotte

Se si parla di Beatles, non si può non parlare anche dei Rolling Stones e se i primi cantavano “Let it be” nel 1970, un anno prima Mick Jagger e il suo gruppo lanciavano “Let it bleed”, album dalla copertina storica che contiene pezzi come “Gimme shelter” e “You can’t always get what you want”. Ma a passare alla storia, appunto, è anche la copertina stessa, che ritrae una scultura surreale, una torta un po’ sopra le righe. Opera di Robert Brownjohn, in cima è una torta a tutti gli effetti (preparata dall’allora sconosciuta Delia Smith) con i pupazzetti che raffigurano i Rolling Stones mentre alla base, sopra il fonografo e il quadrante di un orologio, c’è anche una pizza. Sul retro della copertina si vede la torta tagliata, la composizione è distrutta e tra le figure solo Keith Richards rimane in piedi.

fragola

Le curiosità sul cibo nel mondo del rock non mancano: nel 1987 i Guns’n’Roses entravano ufficialmentre sulla scena musicale con un disco storico, “Appetite for destruction”. Un appetito particolare, che però non ha niente a che vedere con quello che si prova a tavola e che prende il via dall’arte di Robert Williams. La prima copertina dell’album non ebbe fortuna e mostra un’immagine che potrebbe destare fastidio ai più sensibili. Per lo stesso Williams l’opera era da minimizzare, mentre lui sosteneva che avrebbe dovuto avere lo stesso valore di un tovagliolino di carta per Axl Rose era quella perfetta per l’album che segnò la storia dell’hard rock. Cinque anni dopo usciva “The spaghetti incident?” e il riferimento al piatto di spaghetti non è esattamente dovuto alla grande passione della band per la pasta. Steven Adler, ex batterista dei GnR, accusava il gruppo di mobbing e aveva raccontato che una sera prima di un concerto gli fu impossibile mangiare un piatto di spaghetti. L’incidente rimase impresso a tutti, tanto da dare il titolo a un album. Gli spaghetti sono importanti, non si può dissentire.

Ma oltre agli aneddoti e le canzoni, ci sono tantissimi gruppi che hanno scelto dei nomi che per un motivo o per un altro rimandano al cibo: le zucche distrutte degli Smashing Pumpkins, i Cream e i Cranberries (mirtilli), Red Hot Chili Peppers (peperoncini rossi piccanti), Blind Melon (melone cieco), i Blue Öyster Cult (il culto dell’ostrica blu che deriva da un poema di Sandy Pearlman), Meat Loaf (polpettone), i Cake (torta) o i Lemonheads (teste di limone) tutti nomi che tradotti in italiano fanno un po’ sorridere. Si associano alla carrellata di nomi anche i Pearl Jam, dagli anni Novanta (e da Seattle) con furore, ancora sulla cresta dell’onda, hanno scelto il loro nome in maniera singolare. Eddie Vedder ha raccontato che Pearl è un omaggio alla nonna che si chiamava così. Lei era sposata con un nativo americano e aveva imparato a preparare una marmellata (jam) davvero particolare, a base di peyote, spesso ingrediente fondamentale per scrivere canzoni memorabili.

Foto di Federica Di Giovanni

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