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La Regina di Maggio

Postato il 2 maggio 2018 da Elide Messineo
“If there’s a bustle in your hedgerow, don’t be alarmed now. It’s just a spring-clean for the May queen”.

Così cantavano i Led Zeppelin nel 1971, per uno dei loro brani più celebri, “Stairway to heaven“. Sul significato della canzone è stato detto di tutto e di più. Per i tempi e per i temi affrontati, in molti hanno pensato che fosse un brano misterioso, pieno zeppo di esoterismo. Materia che piaceva molto ai membri della band, in particolare a Jimmy Page, grande ammiratore dell’occulstista Aleister Crowley. “May Queen” è anche il titolo di un brano di Robert Plant, uscito nell’album “Carry fire” del 2017, anche se lui ha smentito il collegamento con il pezzo dei Led Zeppelin.

Nel brano del gruppo britannico si parla delle pulizie di primavera dedicate alla Regina di Maggio, figura molto importante nella tradizione celtica, da celebrare il primo giorno del mese a lei dedicato. La sua figura è rappresentata come una donna ricoperta di fiori, la May Queen ha influenzato il paganesimo nordeuropeo ma a sua volta deriva dalle antiche tradizioni romane, che celebravano Flora e Maia. Come poi è accaduto in più occasioni, il cristianesimo ha “preso in prestito” le tradizioni pagane, rivisitandole a modo suo. Maggio, tutt’oggi, è il cosiddetto “mese mariano”, dedicato a Maria. Anche in questo caso c’è una forte influenza della tradizione popolare e ci sono elementi che la Madonna ha in comune con la Regina di Maggio: doni da parte dei credenti, che spesso provengono dalla natura, profumo di fiori, le rose di maggio, canti. Due figure che rappresentano gli stessi principi, legate a due credenze e due elementi diversi: il cielo da una parte, la terra dall’altra.

Nella tradizione celtica la festa pagana del primo maggio si chiamava Beltane e segnava l’arrivo del primo giorno di primavera in Irlanda. I druidi celti erano soliti organizzare dei falò sui colli, da lì il bestiame veniva fatto passare attraverso i fuochi per essere purificato. In qualche occasione questo rituale era messo in atto anche dalle persone, che portavano con loro doni da offrire alla Regina, in particolare uova e vino. Una festa simile è il Calendimaggio, che si festeggia ancora oggi in alcune località italiane, come quella che si tiene ogni anno sulla montagna pistoiese, in Toscana. In alcune zone al posto della Regina era utilizzata una figura maschile, come quella del Jack-in-the-green molto popolare in Inghilterra e le sue varianti usate in Russia in occasione della festa di San Giorgio.

Calendimaggio in salsa horror

Il May Day – non l’espressione d’allarme, che si scrive in altro modo e ha tutt’altra origine – è diventato poi anche altre cose. A partire dal 19° secolo il primo di maggio segna la Festa del lavoro, celebrata in molti Paesi del mondo. Seppure in chiave completamente diversa, la festa di Beltane si ritrova nel film “The Wicker Man“, horror del 1973 in cui è evidente lo scontro tra cristianesimo e paganesimo. L’horror, tratto a sua volta dal romanzo “Ritual”, mette in scena i risvolti più macabri di una tematica così vasta, ambientando i fatti a Summerisle, un’isola scozzese nota per l’abbondanza di frutti. Nel film fa la sua comparsa l’Albero di Maggio – il corrispettivo del nostro Albero della Cuccagna. Le tradizioni rivisitate in chiave horror nel film di Robin Hardy hanno preso ampiamente spunto dal libro “Il ramo d’oro” dell’antropologo James Frazer, che si è occupato anche di documentare l’utilizzo del cibo nei rituali magici. Il titolo del film, letteralmente “uomo di vimini”, rimanda ai sacrifici umani che hanno fatto parte per lungo tempo delle tradizioni celtiche (come il caso dell’uomo di Lindow). In particolare si basa sulle testimonianze del “De Bello Gallico” di Giulio Cesare, in cui parlava di una grande figura di vimini, dalle sembianze umane, dentro la quale venivano rinchiuse delle persone da mettere al rogo e da sacrificare agli dei. Generalmente criminali ma, in assenza di questi ultimi, anche persone innocenti. C’è la possibilità che l’autore volesse screditare i nemici e che le figure di cui parlava fossero dei fantocci, alla pari di quelli che vengono utilizzati in occasione di altre festività, come la fine dell’anno e l’Epifania. Dopotutto, gli antichi romani non erano da considerarsi dei veri e propri gentlemen in materia di guerre e derivati.

Frazer colloca la nascita del Maypole, l’albero di Maggio, proprio nell’area celtica. Il Maypole è costituito da un tronco alto, attorno al quale si tengono danze (Morris dancing) e rituali. Così come la Regina di Maggio, l’albero è al centro di un vero e proprio culto della fertilità ed è un simbolo di buon auspicio in vista di una nuova stagione, la speranza di ottenere raccolto abbonante. I popoli germanici erano soliti appendere all’albero consacrato delle focacce come dono agli dei. Proprio dalla tradizione di donare del cibo, nel corso del tempo l’albero della Cuccagna ha perso il suo aspetto rituale, diventando una tradizione di stampo folkloristico legata ad aspetti materiali – cibo in primis – più che a questioni spirituali. La tradizione dell’albero di maggio in Italia sarebbe arrivata proprio da un’influenza di quella germanica. Alla sommità dell’albero, del quale rimaneva solo il tronco, venivano appesi tanti nastri colorati ma anche salsicce, ciambelle e uova che, come spiega Frazer, i giovani del villaggio tentavano di prendere. Da qui deriva il gioco popolare che prevede che il tronco sia ricoperto di grasso, per mettere in difficoltà i giocatori facendoli scivolare. Il loro scopo è quello di arrivare in cima e, appunto, aggiudicarsi il premio. Un tempo questo era costituito da cibo, beni preziosi e molto proteici non facilmente reperibili come oggi. Per mantenere viva la tradizione, infatti, il premio offerto oggi molto spesso è in denaro. Dal paganesimo al materialismo, lontani dai tempi in cui “ogni bordo della gaia Provenza” era animato dai canti e dai balli dei giovani intorno all’albero, festeggiamenti che andavano avanti per tutto il mese di maggio. Diverso è invece il paese della Cuccagna, che si riscontra già in alcune opere dell’antica Grecia. Nessun rituale, ma un luogo ideale per trovare consolazione in tempi di carestia, popolarissimo durante i periodi più difficili del Medioevo: un posto in cui il cibo è illimitato, il paradiso degli odierni amanti dell’all you can eat in cui tutto è fatto di cibo – un po’ come la terra di cioccolato de “I Simpson” o l’isola di Swallow Marina dopo gli esperimenti del protagonista di “Piovono polpette”. Nel paese di Cuccagna non si lavora (comanda la Regina Poltroneria), vige la più totale libertà e si beve dalla fonte della Giovinezza. Celebre è il dipinto “Il Paese della Cuccagna” (1567) di Pieter Bruegel il Vecchio. Nelle fiandre – anche nelle fiabe dei fratelli Grimm – il racconto di questo paese era molto popolare, e il pittore decise di rappresentarlo a modo suo, con riferimenti ai vari ceti della società feudale. Surreale e cupo, il quadro è ricco di dettagli e ghiottonerie, i tre protagonisti sembrano esausti per aver mangiato troppo, sdraiati ai piedi dell’albero, l’emblema del peccato di gola.

Foto di Federica Di Giovanni

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