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L’incredibile storia di Topsy

Postato il 19 Ottobre 2021 da Elide Messineo
Quante cose si possono sapere sulla vita di un elefante? La risposta è: dipende. Se sei un documentarista di National Geographic probabilmente sai già il fatto tuo. Se sei una persona qualunque, è più probabile che tu abbia delle informazioni generiche e, inoltre, ti verrà in mente una risposta aggiuntiva: dipende da qual è l’elefante in questione. Mettiamo che sia un elefante indiano importato clandestinamente negli Stati Uniti all’inizio del Novecento. Mettiamo che sia un esemplare di femmina balzato agli onori della cronaca per le sue aspirazioni criminali. Ancora niente?

L’elefante in questione è la povera Topsy: una vita ad imparare a dare spettacolo, a stare in piedi, perfino a “ballare”, per poi essere fatta fuori in soli dieci secondi (anche) dalla presunzione di Thomas Edison. Il giorno della sua elettroesecuzione dicono che era come se Topsy avesse capito cosa le sarebbe successo e non era tanto convinta di voler ingerire il suo pasto a base di cianuro e, per l’ennesima volta, provò a fuggire da quella che sarebbe stata l’ultima delle sue tante prigioni. Nessuno voleva più avvicinarsi a lei, poiché si era costruita nel tempo – involontariamente – la fama di elefantessa omicida. Le cronache gonfiarono i fatti, raccontandola come se fosse la versione pachidermizzata di un serial killer americano qualunque. Il 4 gennaio 1903, una domenica pomeriggio, centinaia di persone si radunarono in quello che sarebbe presto diventato il Luna Park di Coney Island per assistere alla morte di Topsy, pagando perfino il biglietto per vedere il macabro spettacolo: la pornografia del dolore prima che si usasse questa definizione, in uno show che si presentava come un “Domenica Live” ante-litteram.

Per uccidere Topsy furono spente tutte le luci elettriche di Coney Island, in modo da essere sicuri che ci fosse abbastanza elettricità per un corpo così imponente. Ci vollero dieci secondi e ci scappò quasi un secondo morto – stavolta umano – mentre si raggiungeva l’apice della cosiddetta “Guerra delle Correnti” che vedeva contrapporsi Thomas Edison e Nikola Tesla (che pure aveva lavorato per Edison). Il primo non aspettava altro che mettere in cattiva (anzi, cattivissima) luce l’utilizzo della corrente alternata (AC) promossa dal secondo, mentre si contendevano il controllo del mercato dell’energia elettrica. Tanto brillante quanto spietato, grande mente imprenditoriale che aveva sotto di sé instancabili collaboratori, pare che Edison fosse addirittura contrario alla pena capitale e che però condusse svariati esperimenti su cani e gatti al West Orange Laboratory per sottolineare la pericolosità della AC. Arrivando, infine, all’esecuzione di Topsy, grazie alla quale le necessità dei proprietari di liberarsi velocemente dell’elefantessa killer incontravano quelle di Edison, che aveva davanti a sé un’ulteriore occasione per dimostrare di avere ragione. Fu, peraltro, un’esecuzione che non ebbe nemmeno i frutti sperati da Edison, perché in seguito – spoiler alert – la corrente alternata ebbe più successo rispetto a quella continua promossa dall’inventore. Tuttavia, il suo coinvolgimento diretto nella questione non è mai stato confermato, nonostante anche il filmato dell’esecuzione porti il suo nome.

L’origine dei Luna Park

 

Sulle origini di Topsy non ci sono troppe informazioni: dovrebbe essere nata intorno al 1875 in India, o comunque nel Sud-Est asiatico. Inizialmente ebbe successo perché pubblicizzata come il primo esemplare di elefante nato negli Stati Uniti, ma si trattava di una grande e sensazionalistica menzogna per vendere qualche biglietto in più – roba da freak show, insomma. Le cose per la povera Topsy iniziarono a precipitare a partire dalla notte in cui uccise, calpestandolo, il guardiano che, sotto gli effetti dell’alcol, infastidiva lei e gli altri elefanti nel recinto e, cercando di convincerla a trangugiare del whiskey insieme a lui, le bruciò la proboscide con il sigaro. La reazione di Topsy per l’uomo fu letale e lei si portò dietro la fama di assassina spietata. Da attrazione del noto Circo Forepaugh, Topsy venne venduta come animale da trasporto al Sea Lion Park, dal quale tentò invano di fuggire, ancora una volta a causa di un guardiano violento. Topsy è ritenuta responsabile della morte di tre persone, nonostante le cronache dell’epoca gonfiassero il numero delle vittime, peraltro attribuendo la responsabilità all’animale piuttosto che ai suoi guardiani violenti. Le pessime condizioni vissute dagli animali del circo, specialmente all’epoca, sono oggi cosa nota e se allora rappresentavano la normalità, oggi il nostro sguardo (per fortuna) è cambiato, e simili pratiche sono considerate una vera e propria barbarie.

Il Sea Lion Park cambiò nome proprio nel 1903, quando tutti lo conobbero come Luna Park, uno dei primi parchi divertimento della storia e quello da cui, in seguito, si è diffuso il nome che oggi viene comunemente utilizzato per indicare questo tipo di attrazioni. Insieme allo Steeplechase Park, costruito per primo, e a Dreamland, costruito per ultimo, Luna Park rappresentava una delle più grandi attrazioni della zona, dov’è rimasto fino al 1944, quando andò completamente distrutto in un incendio. Oggi esiste un Luna Park a Coney Island ma non si tratta di quello originario, bensì di un altro parco aperto nel 2010, non molto distante da dove era sorto il primo. I creatori del primo parco erano Frederic Thompson ed Elmer “Skip” Dundy, che si erano già fatti conoscere nel 1901 per l’invenzione di un’attrazione che ebbe molta fortuna, “A trip to the Moon” (Viaggio sulla Luna). Il nome del parco probabilmente viene da questa attrazione e dalla parola latina “luna” utilizzata per “moon”, oltre che per una curiosa coincidenza: la sorella di Dundy si chiamava proprio Luna. I due elementi messi insieme contribuirono sicuramente a convincere i due soci a scegliere il nome Luna Park, che aprì i battenti di fronte allo stupore di oltre sessantamila spettatori nel maggio del 1903, con un costo del biglietto di ingresso di due centesimi. Luna Park, com’è chiaro, ebbe un successo clamoroso, seppure una durata relativamente breve, e nel corso degli anni sono stati creati tantissimi parchi con lo stesso nome in giro per il mondo.



Tra film horror, arte e street food

 

Oggi il luna park è alla portata di tutti ma le sue origini sono di tutt’altro tipo, perché l’abitudine dell’intrattenimento è di origine aristocratica e dai pomposi giardini delle ville private si è semplicemente spostata nelle piazze, dov’è diventata progressivamente accessibile a tutti, con prezzi più o meno modesti. Il periodo della Belle Époque ha contribuito non poco alla diffusione delle attrazioni: su tutte, la ruota panoramica. In un periodo ricco di invenzioni, con le grandi Esposizioni Universali, la ruota panoramica è stata senza alcun dubbio una delle invenzioni più apprezzate e fortunate di sempre. La si trova anche senza essere circondata da un luna park e in molti posti, come Londra o Vienna, diventa parte integrante dello skyline e vero e proprio simbolo di un luogo. Le montagne russe, o roller coaster che dir si voglia, molto spesso insieme alle altre attrazioni del luna park, compaiono in film e serie tv, come “The O.C.” o “Stranger Things”. Nonostante siano luoghi di svago e divertimento, per qualche motivo nel corso del tempo i luna park – meglio se abbandonati – e le ruote panoramiche, che puntualmente si inceppano nel momento clou – sono grande fonte di ispirazione anche per film horror. Da “Final Destination 3” a “Dark Ride”, passando per “Il tunnel dell’orrore” e “Carnival of souls” e il più comico “Benvenuti a Zombieland“, solo per citarne alcuni, pare che il contrasto tra le luci, i colori e il divertimento del luna park e la paura vadano piuttosto d’accordo quando si tratta di confezionare questo genere di film. I parchi a tema, che sono un’ulteriore evoluzione del luna park, nel 2015 hanno ispirato anche il misterioso artista Banksy per la sua installazione temporanea nel Somerset, “Dismaland”, nata come critica alla società in generale, oltre a quello che parchi di grandi dimensioni come Disneyland oggi rappresentano, ossia il capitalismo e il consumismo sfrenato, rivisitati dall’artista britannico in un contesto distopico.

La nave pirata, il tagadà, il brucomela, la ballerina, gli autoscontro, i calcinculo, il punching ball e il tiro a segno sono alcune tra le attrazioni più celebri, mentre il simbolo per eccellenza del luna park è, appunto, la ruota panoramica. Il luna park per come lo conosciamo oggi può essere stabile o itinerante, un’evoluzione più complessa e modernizzata del classico circo che per molto tempo ha costituito, di fatto, il predecessore del parco divertimenti vero e proprio. Generalmente, il luna park itinerante ha una “stagionalità” che segue le feste popolari e quelle patronali, per cui va dove lo porta il calendario e torna, ciclicamente, ad occupare gli stessi spazi e a far divertire grandi e piccini. Il luna park, tra l’altro, deriva proprio dalle vecchie feste di paese in cui le attrazioni erano di certo meno tecnologiche ma, oggi come allora, costituivano un punto di incontro, un luogo di svago e uno spazio di divertimento per tutti. Rispetto al circo, lo svago si è concentrato maggiormente sulle giostre, un tempo mosse manualmente e poi meccanizzate, che via via si sono fatte sempre più sofisticate e molto spesso ad alto tasso di adrenalina. Giostre, colori e attrazioni, tra tutti  cambiamenti e le evoluzioni che il luna park ha subito nel corso del tempo, solo una cosa è rimasta constante: è qui che lo street food domina incontrastato. Pensare al luna park, infatti, fa venire in mente alcuni cibi piuttosto ricorrenti, dalle soffici e colorate nuvole di zucchero filato allo scoppiettare e il profumo delle caldarroste sul fuoco, le mandorle caramellate, le arachidi e i popcorn. Tra hamburger, milkshake, mele caramellate e churros, anche l’offerta di cibo nel corso del tempo si è fatta sempre più variegata, includendo perfino i lobster roll ma mantenendo tuttavia alcuni punti fermi, come hot dog e patatine fritte. Con l’evoluzione dei parchi a tema non è cresciuta solo l’offerta delle attrazioni ma, di pari passo, le aree dedicate al cibo si sono fatte più ampie e variegate, quasi come costituissero un’attrazione a se stante. È innegabile, infatti, che il cibo – lo street food in primis – condizioni non poco la scelta di andare in un luogo piuttosto che in un altro, a seconda delle preferenze e della varietà che si cercano. Certo, l’importante è evitare di assaggiare il tutto prima di salire sulle montagne russe.