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Miti e leggende in un bicchiere di mojito

Postato il 3 settembre 2015 da Elide Messineo
Il cocktail più richiesto al bancone dei locali d’estate è senza dubbio lui, il mojito. Come ogni cocktail, anche questo ha mille storie da raccontare, le sue origini non sono del tutto chiare perché storia e miti si confondono, ma è anche questo a renderlo ancora più affascinante. La versione più gettonata riguardo le sue origini ha come protagonista un pirata della flotta di Francis Drake (qualcuno dice lo stesso Drake), correva l’anno 1536 e i corsari arrivavano a Cuba nel tentativo di saccheggiare L’Avana. La versione del mojito di allora era a base di aguardiente (letteralmente “acqua ardente“), precursore del rum che conosciamo oggi, ricavato dal distillato del succo della canna da zucchero, mescolato con lime, zucchero di canna e menta. Precisamente la yerba buena, che cresceva solamente sull’isola caraibica ed era facilmente reperibile. Yerba buena, inoltre, è stato il nome della città originaria di San Francisco fino al 1848.

A Cuba il mojito è una vera e propria istituzione, viene sempre associato a Ernest Hemingway, noto estimatore di alcolici, che amava gustare il cocktail alla Bodeguita del Medio (e il daiquiri al Floridita, ma questa è un’altra storia e ve l’abbiamo già raccontata). La Bodeguita era un locale molto amato da personaggi come Pablo Neruda e Salvador Allende, oggi assediato da turisti provenienti da tutto il mondo che vogliono bere il mojito preparato proprio lì, nel locale divenuto ormai leggendario.

Un’altra versione della storia di questo cocktail è legata agli schiavi dei Caraibi e collocata sul finire del Settecento, quando la canna da zucchero veniva fatta fermentare per realizzare una sorta di nettare e poi mescolata con l’aguardiente. Il risultato era il mojo (che in genere è nota come salsa di succo di limone e aglio usata in cucina per marinare), che però non veniva degustato come bevanda di piacere, i curanderos – guaritori – lo usavano nei loro rituali come medicinale per la cura di tutti i mali.

L’ingrediente alla base di un buon mojito rimane il rum, realizzato già nell’antichità e perfezionato dalle prime colonie statunitensi; le sue vere origini vengono attribuite all’isola di Barbados ma allora la bevanda richiedeva ancora qualche perfezionamento. Tuttavia il rum fa pensare prima di ogni cosa ai pirati: appare anche ne “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, mentre la Marina Reale Britannica ne garantiva una razione giornaliera ai suoi uomini, in ogni caso, il rapporto mojito-mare rimane molto stretto.

Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai“. Ernest Hemingway si trovava a Cuba per scrivere “Il vecchio e il mare” e questa citazione si adatta perfettamente alla filosofia che ha portato alla nascita del mojito. Fare di necessità virtù: il cocktail è stato creato con ingredienti allora facilmente reperibili e che ci portano a considerare la storia dei pirati come la più attendibile. Il lime, grazie alle sue vitamine, era un ottimo rimedio contro lo scorbuto, il male che affliggeva i naviganti; insieme alla menta si trovava con facilità e si poteva conservare a lungo. La yerba buena si trovava senza problemi ai Caraibi ed era un antinfiammatorio naturale, aiutava nella digestione oltre a conferire almeno un po’ di profumo aromatico alle stive maleodoranti delle navi. Il rum/aguardente veniva bevuto volentieri dagli uomini in mare ma all’occorrenza faceva anche da disinfettante, ed ecco che tutto sembra tornare al suo posto. Chi l’avrebbe mai detto che in un fresco bicchiere di mojito sorseggiato in spiaggia ci fossero così tante storie?

Bicchiere di Mojito

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