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Sulle spiagge di Bimini

Postato il 5 Agosto 2019 da Elide Messineo
Su Juan Ponce de Leon ne sono state dette di tutti i colori, ma più di tutto è stato raccontato di come sia partito alla volta del Nuovo Mondo, nel 1513 e per un viaggio durato 7 mesi, alla ricerca della “fonte della giovinezza”. Quello di Ponce de Leon è uno dei personaggi più travisati della storia ma non c’è da stupirsi sulla confusione creatasi attorno all’epoca delle esplorazioni. In realtà Ponce de Leon, con la benedizione della corona spagnola, era partito con tutt’altro obiettivo e con una speranza di base: trovare un sacco di oro. Due caravelle munite di cibo a sufficienza per affrontare la lunga tratta e una piccola bergantina erano i mezzi a disposizione dell’equipaggio, composto da circa duecento uomini. Anche se la fonte della giovinezza era un mito di cui avevano già parlato Erodoto e Alessandro Magno, fu con le spedizioni alla scoperta di nuove terre che il mito andò consolidandosi. Le lontane terre selvagge, quelle del Messico o delle attuali Georgia e Florida, potevano custodire misteriosi prodigi. A favorire queste credenze fu sicuramente un grandissimo misunderstanding. Gli spagnoli non si preoccupavano troppo di imparare la complicata lingua locale e, nel tentativo di conoscere meglio il territorio alla ricerca delle sue preziose risorse, è più che probabile che abbiano capito fischi per fiaschi.

Così venne fuori che nella zona più occidentale delle Bahamas, nascosta sotto una fitta foresta di mangrovie, c’era la fonte della giovinezza. Per qualcuno era invece in Honduras, per altri ancora in Florida, qualcun altro pensa – per quanto possa essere improbabile – che gli indigeni si fossero inventati tutta la storiella della fonte magica nella speranza di vedere andare i conquistadores altrove, liberandosi una volta per tutte degli invasori. Metti la scarsa conoscenza delle carte di navigazione (e della navigazione stessa, agli occhi di traduttori “profani”), l’assenza di conoscenze dettagliate sulla cartografia dell’epoca e qualche frase mal tradotta ed ecco che il mito è servito: per diventare immortali basta prenotare un volo per Bimini.



Escatologia a colazione

La questione torna puntuale, come grande dilemma e grande sogno dell’uomo: esiste un segreto per poter diventare immortali? E, per dirla come Freddie Mercury, chi vuole vivere in eterno? L’uomo, in realtà, ha temuto sempre il passare del tempo, avvertendo quanto sia effimera l’esistenza. Invecchiare equivale a indebolirsi, soprattutto nelle società occidentali, dove gli anziani hanno perso il loro ruolo di saggi e guide per le generazioni successive. C’è, sì, chi sogna di vivere per sempre e di farlo, però, rimanendo forever young. Questo sogno può sfociare nella cosiddetta “sindrome di Peter Pan”. Sebbene non sia stata riconosciuta dal punto di vista clinico, si può riscontrare in tutti quei soggetti che manifestano tratti del carattere infantili, un po’ come quelli di Tom Waits intento a cantare “I don’t wanna grow up” (poi riportata al successo dai Ramones). Tutto questo accade mentre l’età anagrafica avanza inesorabilmente e, di fronte a questo, non c’è elisir che tenga.

Nel 1904 usciva “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere” di James Matthew Barrie. Il nome del suo protagonista è quello della sindrome, proprio perché Peter Pan è il classico puer aeternus: atteggiamento infantile e narcisista, gli stessi tratti che gli psicologi riscontrano nei pazienti che manifestano la suddetta sindrome. Il rischio è che, classificati all’interno di un fenomeno non riconosciuto clinicamente, questi tratti vengano sottovalutati, lasciando spazio a problemi anche piuttosto seri. Il libro di Barrie ha avuto un’incredibile influenza, ben oltre il suo tempo. “Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino”, canterebbe Bennato. Neverland, l’isola che non c’è, è entrata a far parte dell’immaginario collettivo: è, per esempio, il nome del ranch che Michael Jackson aveva fortemente voluto per creare un parco a tema, uno spazio in cui l’infanzia poteva tornare a rivivere, ed è anche il titolo del film con Johnny Depp, che riflette proprio sul lato più amaro della storia di Barrie. Il lato fanciullesco col tempo svanisce, lasciando un’incredibile sensazione di nostalgia. A quanto pare sono gli uomini ad accettare meno che questo accada, la sindrome di Peter Pan colpisce prevalentemente soggetti di sesso maschile, e non di rado è provocata da modelli educativi sbagliati – molto spesso poco severi. Freud avrebbe parlato di adulti in fuga da una realtà troppo dolorosa, tentando una regressione ai giorni dell’infanzia per ricreare la stessa spensieratezza di allora. Un seguace convinto della scuola junghiana, invece, vi parlerebbe di questa sindrome definendola come “l’abisso dell’uomo che vuole diventare e del ragazzo che non può più essere”.

Sul desiderio di tornare indietro nel tempo legandosi ai piacevoli ricordi dell’infanzia hanno indagato tutte le discipline, dagli escatologisti fino ai biogerontologi. Uno di loro, l’inglese Aubrey De Grey, ha creato la SENS Research Foundation (insieme a Michael Kope, Jeff Hall, Kevin Perrott e Sarah Marr). L’organizzazione, che ha sede a Mountain View in California (e dove, sennò?) studia la medicina rigenerativa applicata al processo di invecchiamento. Lo scopo della fondazione è ben più complesso ma sarebbe impossibile negare l’attrazione suscitata dalla possibilità di rendere l’essere umano immortale o particolarmente longevo, senza tutti i malanni e gli acciacchi dell’età. L’avanzamento delle scoperte scientifiche e delle tecnologie potrebbe, di fatto, aprire nuovi scenari nei prossimi anni.



Non è cibo per vecchi

Potremmo dilungarci ancora e ancora, scandagliare teorie, opere e religioni in cui emerge la bramosità con cui l’uomo ha sempre cercato di ingannare la sua stessa natura. Non bastano i bisturi, il botulino e l’acido ialuronico, non bastano nemmeno i massaggi, i trattamenti o prodotti particolarmente ricercati. La verità è sempre la stessa ed è che il tempo se ne frega, scorre comunque. Tanto per tirare di nuovo in ballo Peter Pan, se ne sta lì come il coccodrillo in attesa di Capitan Uncino, con una sveglia che ticchetta nello stomaco.

In questa corsa alla ricerca dell’immortalità il cibo ha sempre giocato un ruolo importante, basti pensare ai numerosi studi condotti sulla dieta giapponese per capire se fosse strettamente correlata alla longevità sopra la media della popolazione di Okinawa. Il regime alimentare, insieme all’attività fisica, è chiaramente uno dei fattori che influiscono sulla qualità della vita – nonostante ci sia anche qualcuno che ha spento le 100 candeline fumando 10 o più sigarette al giorno. Il sogno dell’immortalità, tuttavia, non si è ancora avverato ma l’incremento di benessere ha portato a un aumento notevole dell’aspettativa di vita media. La scienza non si arrende ed è alla continua ricerca di soluzioni per rallentare il processo di invecchiamento, con tutti gli interrogativi etici del caso. Prevenire il tempo e perfino la morte, ribaltando secoli di dilemmi e ansie: la sfida delle sfide, altro che fonte della giovinezza.


Foto di Federica Di Giovanni

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