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Transalcolico, viaggio cosmico

Postato il 12 settembre 2018 da Elide Messineo
Bere almeno due litri d’acqua al giorno, ok, lo sappiamo, è molto importante. Ma mica si beve sempre e solo acqua: c’è un mondo infinito di bevande e quasi sempre, dal succo di frutta al Negroni, c’è un unico filo conduttore a legarle: la convivialità.

L’avete mai visto lo spot televisivo di una bevanda, alcolica o meno, in cui qualcuno beve da solo? In tal caso, il drink diventa un pretesto per socializzare. Solo gli scrittori se ne stanno soli alla ricerca di parole nel cuore della notte (magari c’è un gatto a far loro compagnia), gli altri condividono. O stanno da soli al bancone, come da copione hollywoodiano, in attesa di una conquista. Soli sì, ma per poco. Con un whisky on the rocks, un cognac per darsi un tono, una Coca-Cola che fa più adolescenziale, un infuso zen mentre si aspetta. Si beve per gusto, per piacere ma anche per necessità sociale, tant’è che alcuni si sentono perfino in dovere di farlo, anche quando non ne hanno troppa voglia. “Lo fanno tutti, lo faccio pure io”: questo passaggio può avere spesso risvolti rischiosi dal punto di vista epatico e sociologico, almeno fin quando non subentra una coscienza (e non è detto che accada), la capacità di saper dire no anche di fronte al gruppo bene omologato, la voglia di bere ciò che piace senza dover essere giudicati perfino per il contenuto del proprio bicchiere. L’emulazione non è una novità ed è anche il motivo che rende molti drink più popolari di altri. Ma da quant’è che si beve, che si prova gusto nel consumare bevande alcoliche?

Gli aspetti sociali delle bevande alcoliche

La storia della nascita del primo alcolico è contesa tra vino e birra ma è impossibile risalire davvero alle origini. Le testimonianze storiche parlano di sostanze fermentate, come i datteri e i cereali o come il pulque messicano (succo d’agave fermentato). Esistono riferimenti a bevande molto simili alla birra in Mesopotamia, il vino è una bevanda ricorrente nei testi mitologici e biblici. Il vino nella Bibbia è il sangue di Cristo, è simbolo di vita, gioia, festa ed è, appunto, conviviale. Se abbonda è il segno di una benedizione, purché sia “bevuto a tempo e a misura”. Emblematico è l’episodio delle nozze di Cana in cui Gesù trasforma l’acqua in vino, ma c’è sempre un invito a non ricercare l’ebbrezza, contrariamente a quanto avrebbe potuto suggerire un poeta maudit molti secoli dopo. Il consumo di alcol, quindi, dipende da tanti fattori, incluso quello religioso. La religione islamica vieta il consumo di alcol così come di tutte le sostanze impure per il corpo, altre invece lo utilizzano anche per alcuni rituali specifici. Gli scintoisti apprezzano il sake, considerato il liquore degli dei, gli sciamani non possono compiere i loro riti senza raggiungere un’altra dimensione attraverso l’uso di alcolici e allucinogeni.



Soprattutto in Occidente, l’alcol è un aggregatore sociale ma per capire le ragioni del suo “successo” è necessario avere un approccio multidisciplinare. Sono tantissimi gli studi che sono stati condotti in merito, soprattutto per quanto riguarda l’abuso e i problemi di alcolismo, che sottolineano anche un’influenza del ceto sociale di provenienza. Più alto è il livello sociale, più aumentano le responsabilità per la propria posizione, anche lavorativa, e lo stress spinge alla ricerca di alcol. Le sfumature sono molte e, sebbene sia qualitativamente diverso, in fondo l’alcol viene consumato da ogni categoria e ceto. C’è chi beve per dimenticare, c’è chi per cercare di essere disinibito, chi lo usa come analgesico. Degli studi condotti da un team di scienziati dell’Università del Missouri hanno dimostrato che non vi è di fatto un’alterazione  della personalità quando si beve ma solo una percezione differente di sé, più vivida, che comporta maggiore disinibizione. Il senso di disinvoltura acquisito spinge a bere di più o a ricercare l’alcol per sentirsi meno impacciati. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in Europa la Bielorussia è il Paese con il più alto tasso di consumo di alcolici. In generale, sono comunque i paesi nordici (in particolare quelli dell’ex Unione Sovietica) a registrare i numeri più alti. Le statistiche sono calcolate tenendo conto del consumo pro capite di alcol puro dai 15 anni in su, quindi non si tratta di calcolare il tasso di alcolismo ma il consumo in sé. Ad influire su quest’ultimo elemento sono anche le condizioni climatiche, non a caso sono i paesi più freddi a fare un uso maggiore di alcol. L’Italia non rientra nemmeno nella top 25 di questi paesi ma il primato per i consumi, nel nostro paese, è stato a lungo detenuto dal Veneto, ora superato dai vicini friulani. In Italia il 66% dell’alcol consumato è vino e gli uomini ne bevono di più. Le donne tendono a bere di meno, soprattutto crescendo; gli adolescenti bevono mediamente più degli adulti e preferiscono i superalcolici. L’OMS suggerisce delle vie per arginare il problema dell’alcolismo, per esempio riducendo le campagne pubblicitarie, regolando le qualità di alcolici disponibili sul mercato, realizzare politiche di intervento e aumentare la sorveglianza. Nonostante in Europa, per diversi motivi, il consumo di alcol sia diminuito, quello dell’alcolismo rimane un problema da non sottovalutare.

Il potere dei media

Tenendo in considerazione i suggerimenti dell’OMS, è importante osservare che l’influenza delle campagne pubblicitarie viene troppo spesso sottovalutata. Come dicevamo all’inizio, l’emulazione è uno dei motivi principali per cui una persona inizia a bere. Tralasciando il bagaglio culturale e il vissuto personale di ciascuno, è il desiderio di essere come tutti gli altri che attira l’attenzione su un dato prodotto, così come accade, per esempio, anche per l’abbigliamento e la tecnologia. Un esempio emblematico rimane quello di Campari, che ha conquistato i cosiddetti Millennials con lo spritz, ormai celebre in tutto il mondo (e nato, guardacaso, in Veneto!). Nel 2018 negli USA lo spritz è stato decretato come “drink dell’estate“, ne ha parlato anche il New York Times, analizzando l’ascesa di un drink poco alcolico rispetto ad altri e per questo ancor più apprezzato. L’articolo, uscito a maggio 2018, parla di un’aggressiva campagna di marketing di Campari, che ha acquisito Aperol dal 2003. Come si fa a diventare così popolari al di fuori dei confini nazionali in così pochi anni? Andando negli Hamptons e offrendo spritz gratuiti, partendo quindi dai ceti più alti – che poi sono quelli che diffondono le tendenze – senza scordarsi di rendere tutto a prova di Instagram. Tra merchandising e presenza nei “posti giusti”, Aperol ha aumentato le vendite del 48% (Nielsen): dal Greenwich Village a Palm Springs, gli USA hanno ceduto al fascino tutto italiano dello spritz e al suo colore solare. Da allora altre aziende negli Stati Uniti non sono rimaste a guardare, approfittando del momento favorevole per realizzare drink simili. Come sottolineano anche le campagne pubblicitarie e le foto sui social network, la socializzazione è l’elemento principale. L’alcol, ancora una volta, rappresenta un momento di relax e condivisione. Campari ha quindi iniziato a pagare delle persone per andare nei posti più cool delle città più cool a bere lo spritz, dopo aver istruito a modo i barman dei locali più in voga. La conseguenza è stata immediata e il meccanismo molto semplice: guardando il drink del tavolo accanto si è scatenato l’effetto “quello che ha preso la signorina” di “Harry ti presento Sally”. È il marketing, baby. Il Wall Street Journal ha analizzato il fenomeno, considerato che nel 2016 Aperol ha battuto sia l’azienda madre Campari che la “sorella”, Skyy Vodka. Tra i motivi del successo, oltre alla bassa gradazione alcolica, c’è l’idea della dolce vita, degli italiani modaioli e spensierati che si godono la vita sorseggiando un drink buono e bello da vedere. Prosit!

Tra tradizione e celebrità

L’alcol molto spesso viene apprezzato perché associato a ricordi gradevoli. L’Italia, come già detto, registra un altissimo consumo di vino rispetto ad altri tipi di alcolici proprio per una questione culturale. È consuetudine, nella maggior parte delle famiglie, bere vino durante i pasti, così per molti questa è la normalità. Molte persone conservano un ricordo positivo del primo approccio con il vino – magari un sorso di Prosecco durante la notte di Capodanno – e questo cambia la loro modalità di consumo in seguito. Chi si è avvicinato gradualmente all’alcol conoscendolo attraverso le consuetudini familiari, tendenzialmente non diventerà un heavy drinker. La tradizione diventa una sorta di cuscinetto che permette a queste persone di sviluppare una conoscenza, di assimilare un messaggio eti(li)co ed educativo, magari sentendosi ripetere “va bene, assaggialo ma non esagerare”. Nonostante studi e ricerche, rimane quasi impossibile dare una definizione unica dei motivi che spingono le persone a scegliere bevande alcoliche: al di là delle implicazioni psicologiche, c’è chi lo fa perché è alla ricerca di un po’ di euforia e chi, semplicemente, ne apprezza il gusto. Quest’ultimo filone si porta dietro una cultura vasta sull’argomento, della quale si potrebbe parlare all’infinito, che è sfociata negli ultimi anni nel “fenomeno” della mixology, quantomeno nella sua accezione più hipster. Per il resto, si può aggiungere la componente del mito un po’ rock di moltissimi personaggi di riferimento che ne hanno fatto praticamente uno stile di vita. Nonostante i loro problemi di alcolismo, personaggi come Vincent van Gogh, Ernest Hemingway, Elizabeth Taylor o Stephen King, sono stati e sono amatissimi dal loro pubblico e il fatto di essere “tormentati” ha contribuito ad accrescere il loro fascino. Molti personaggi, come King, hanno parlato apertamente dei loro problemi. Tra questi ci sono Carrie Fisher – la celeberrima principessa Leia di “Star Wars”, Buzz Aldrin – il secondo uomo a camminare sulla luna – e Betty Ford. L’ex first lady negli anni Settanta riuscì ad abbattere un tabù parlando della sua dipendenza; la clinica che porta il suo nome è oggi un punto di riferimento per molte persone, soprattutto di Hollywood, che hanno bisogno di aiuto per smettere di bere. In un’altra versione, se vogliamo anche più goliardica, invece, l’alcol rimane un prodotto molto apprezzato anche da personaggi di finzione: dalla Duff di Homer Simpson alla vodka tanto amata da Karen Walker (Will & Grace), dal Cosmopolitan di Carrie Bradshaw (Sex and the city) ai Martini di James Bond. Quello dei drink, osservato da qualsiasi punto di vista, rimane un mondo interessante e vasto da esplorare, che spesso può aiutare a comprendere usi e costumi di determinati popoli. È sempre bene avere un approccio curioso, esplorate pure e non stancatevi mai di farlo ma, come direbbe l’etichetta della vostra bottiglia di birra, fatelo responsabilmente.


Foto di Federica Di Giovanni

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