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Mettete del bacon nei vostri cannoni: food propaganda

Postato il 24 settembre 2018 da Elide Messineo
Nel 1942 il mondo era nel caos: tra una dichiarazione di guerra e un bombardamento, quell’anno la Roma vinceva il suo primo scudetto, Mary Mohin dava alla luce Paul McCartney al Walton Hospital di Liverpool. Nascevano, nello stesso anno, Dino Zoff, Aretha Franklin, Lou Reed, Harrison Ford e Jimi Hendrix, nella “steppa sconfinata, a quaranta sotto zero” i panzer tedeschi iniziavano ad avere qualche problemino. Iniziava la deportazione dal ghetto di Varsavia, nell’anno del tredicesimo compleanno di Anna Frank, e la fine della guerra era ancora lontanissima. Nel 1942 Enrico Fermi inaugurava la cosiddetta era nucleare, quella che portò al test Trinity di Alamogordo, a Little Boy e Fat Man sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nel pieno della sua Golden Age, Hollywood sfornava “Casablanca” e  “Bambi“, in Italia uscivano “Malombra” e “Un garibaldino al convento”. Ovunque, per una fazione politica o per l’altra, la propaganda sortiva i suoi effetti.

Una libbra di grasso per una libbra di esplosivo

L’ideale dell’eroe americano che salva il mondo non è mica arrivato così, dal nulla. Ci sono volute guerre e i sacrifici di un’intera nazione e molta, moltissima propaganda. Il tuo paese ha bisogno di te, dona la tua imposta sul reddito, non sprecare il cibo: in quegli anni ogni persona negli Stati Uniti viveva la sua giornata seguendo alla lettera le indicazioni del Governo. Il 1942 è stato l’anno in cui la Disney ha lanciato una serie di cortometraggi di propaganda per supportare l’azione governativa, fomentare il patriottismo e creare una coscienza diffusa. In questo modo contribuì a creare l’idea che ognuno può essere un eroe – e non solo per un giorno, caro David Bowie -, che ognuno può essere vincitore avendo contribuito alla causa. “Magari non ti sembra importante, ma lo è”, dice il corto che invita a donare le imposte sul reddito. È intitolato “The New Spirit“, c’è Paperino che finalmente capisce l’importanza di un piccolo gesto, deve solo compilare un modulo. Preso dall’entusiasmo, attraversa il Paese da una parte all’altra pur di consegnarlo. A cosa serve quel modulo? Ad acquistare armi, armi, armi, navi e ancora armi e, non dimentichiamolo, sempre per la democrazia. Una bandiera con la svastica affonda grazie al contributo dei cittadini americani, che si sono opposti a chi avrebbe voluto distruggere la libertà e la pace. La scelta delle parole non è mai casuale, tutto diventa “nostro/a”, in un climax fortemente ansiogeno (e pieno di armi) il concetto viene ribadito in più modi, raggiungendo l’apice con lo slogan “taxes to beat the Axis”. Uno dei video più inquietanti in merito è “Education for Death: The Making of the Nazi”, del 1943. In “The Disney Fetish” Seàn J. Harrington sottolinea la weaponisation, le armi sono presenti ovunque in questi corti, in quanto strumento indispensabile (e costoso) per abbattere il nemico. Ma come può un semplice cittadino americano procurare delle armi ai ragazzi al fronte? La risposta si trova in “Out of the frying pan, into the fire“: i protagonisti del corto sono Minnie e Pluto. Tutti i personaggi Disney erano già cari al pubblico, il cittadino medio si identificava in loro, che rispecchiavano i sentimenti di un’intera nazione. Nel corto, diretto da Ben Sharpsteen e animato da John Lounsbery, l’invito è rivolto alle casalinghe: conservare il grasso del bacon (e della carne in generale) per convertirlo in glicerina. Per ogni libbra di grasso si può produrre altrettanto esplosivo: ascoltando la radio Minnie impara questa preziosa lezione e Pluto, fino a poco prima desideroso di divorare il suo bacon, si rende conto dell’importanza del suo sacrificio in nome di una causa ben più grande. Il trionfo dello spirito patriottico è all’apice con Topolino in una foto vestito da soldato, chiaramente partito per il fronte per poter salvare il mondo dal delirio nazista. Questo, come gli altri corti, fu commissionato da The War Production Board, un’agenzia stabilita con l’ordine esecutivo 9024 dal Presidente Roosevelt nel gennaio del ’42 per riallocare le risorse e ottimizzare i consumi (sintetizzando). Il logo dell’agenzia mostra un’aquila che tiene un proiettile tra le zampe. Il WPB dava indicazioni su come recuperare materiali scarsi da reperire, invitando, per esempio, a consegnare la gomma da riciclare per costruire gommoni e maschere antigas, indicando le quantità necessarie per raggiungere i vari obiettivi.

Locandine pubblicitarie, nel 1943, ricordavano alle casalinghe statunitensi di portare il grasso ai macellai: in cambio avrebbero avuto soldi, altra carne o dei coupon. In tutte queste campagne pubblicitarie veniva ricordato un concetto chiave: il sacrificio dei cittadini era minimo rispetto a quello che i boys stavano vivendo al fronte. Anche nel video sopracitato, Pluto riceve un salsicciotto in omaggio, per ribadire che ogni sforzo viene premiato nell’immediato e, alla fine, con la vittoria degli Stati Uniti. La propaganda faceva leva sulla gratificazione, oltre che sul patriottismo puro. In giro per le città c’erano le Official Fat Collecting Stations, i punti di raccolta del grasso ampiamente pubblicizzati dal Public Service Announcement (PSA). Le casalinghe arrivavano con le loro scatoline di latta che, al posto del caffè, contenevano il futuro della democrazia: il grasso del bacon.

Pecore alla Casa Bianca

Local is best: a leggere molti vecchi slogan sembra di essere su Buzzfeed, nel pieno della nuova era hipster, e invece dobbiamo fare un altro salto indietro nel tempo, alla Prima Guerra Mondiale. I wheatless Mondays, i meatless Tuesdays e i porkless Saturdays, con tutta la propaganda che ne derivava, sono arrivati con la Grande Guerra. A causa della scarsa reperibilità di molti prodotti, il razionamento del cibo portò il Governo statunitense a concentrarsi principalmente sull’esercito. Gli USA intervennero nel conflitto nell’aprile 1917, i soldati dovevano essere ben nutriti per combattere e infatti gli americani erano quelli che mangiavano di più e meglio rispetto alla media delle altre nazioni. Per fare questo, però, erano necessarie numerose manovre economiche da parte del Governo e l’inevitabile sacrificio da parte di tutti i cittadini. Ognuno di loro venne chiamato a svolgere il proprio dovere, nessuno escluso: dai bambini alle massaie, lo zio Sam non lasciava fuori nessuno. Il patriottismo, dopotutto, si costruisce proprio sull’inclusività e sulla partecipazione, ciascuno deve sentirsi membro attivo della società. Così i più piccoli erano invitati a evitare di mangiare al di fuori dei pasti principali e istruiti su come evitare di sprecare il cibo, riconsegnando alle mamme dei piatti pulitissimi. Una lotta agli sprechi ben prima delle tendenze di questi ultimi anni e per ragioni completamente diverse. La crisi del ’29 era ancora lontana e insospettabile, in un Paese che pullulava di ristoranti e convenience store la food propaganda si rivelò efficace per i tempi duri che arrivarono in seguito, anche dopo la Grande Depressione. L’obiettivo principale, quindi, era far mangiare bene le truppe americane che avrebbero salvato il mondo. Spillette e altri gadget venivano esibiti con fierezza dai cittadini modello, ricompensati con questi piccoli gesti per le loro azioni esemplari. Nascevano pig and sheeps clubs, ogni cittadino americano veniva istruito su come utilizzare surrogati dello zucchero e altri prodotti, su come evitare ogni tipo di spreco e su come allevare animali o far crescere ortaggi nel cortile di casa propria.

Il Presidente Woodrow Wilson fece creare la U. S. Food Administraton per gestire le riserve destinate all’esercito e agli alleati, con le conseguenti manovre necessarie – come l’impedimento della creazione di monopoli – per non far collassare l’intero sistema. “40.000 ragazzi e ragazze stanno allevando maiali per aiutare a vincere la guerra”, si leggeva sui manifesti, mentre le scienze della nutrizione muovevano i primi passi verso la popolarità. Il Committee on Public Information si occupava della diffusione capillare della propaganda sul cibo, istruendo tutti sui valori nutrizionali e su cosa fosse meglio mangiare, invitandoli ad un’assidua partecipazione. Insomma, sembrava che la vittoria dipendesse solo ed esclusivamente da quello che gli americani avrebbero o non avrebbero mangiato: “America’s Food must save the world“. Perché, ricordiamolo, gli USA fornivano razioni di cibo anche agli alleati. Herbert Hoover, nel frattempo, venne ribattezzato “food dictator” per il suo impegno: colui che in seguito diventò il 31° Presidente degli Stati Uniti decise di non percepire alcuno stipendio, in modo da essere un esempio positivo per i cittadini e dimostrare l’importanza del sacrificio di ognuno. Wilson, per non essere da meno, decise di far pascolare delle pecore nei giardini della Casa Bianca. Molti anni dopo l’ormai ex first lady Michelle Obama fece la stessa cosa con l’orto. La situazione, nell’era di Obama, era una risposta alle conseguenze del consumismo incontrollato: veniva richiesto agli americani di mangiare di meno e di mangiare cibo sano per contrastare il problema dell’obesità infantile. Nel 1917, invece, migliaia di cittadini modello, inclusi i “little americans”, erano votati alla causa, altruisti e pronti a rinunciare a tonnellate di zuccheri. Una cosa impensabile nel 2010, quando Michelle Obama lanciò l’iniziativa “Let’s move!”.

I little americans che allora rinunciavano al grano e mettevano il riso nel loro latte, erano gli stessi che qualche anno dopo sarebbero partiti per una nuova guerra. Sarebbero arrivati già istruiti sul controllo dei consumi, sui modi migliori di essiccare e conservare gli alimenti: forse da tutta la propaganda di allora deriva anche l’inclinazione che gli statunitensi hanno per le attività da prepper. Dopotutto, c’è sempre una minaccia che incombe. “Pianta i semi della vittoria” è stato uno degli slogan più diffusi dell’epoca: sul manifesto una donna rappresentava gli Stati Uniti d’America, invitando i cittadini a piantare nelle loro case, sempre per tutelare la democrazia. Una democrazia che influiva sul quotidiano di ogni individuo, controllando ogni aspetto della sua vita, indicando perfino gli alimenti da consumare o meno (almeno fino alla firma del trattato di Versailles) che, per certi aspetti, non sembrava così lontana dalle pratiche messe in atto dai nemici oltreoceano ma anche una modalità necessaria affinché gli Stati Uniti potessero riuscire nel loro intento. Dopo anni di sacrifici, rinunce e la perdita di migliaia di vite, l’8 maggio del 1945 la voce del Presidente Truman alla radio annunciava la fine della guerra: “the flags of freedom fly over all Europe”. Il tempo di prendere un respiro, nemmeno troppo ampio, e nel giro di dieci anni sarebbe iniziata la guerra in Vietnam.

Foto di Federica Di Giovanni

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