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Un mondo distopico per il nostro cibo

Postato il 25 novembre 2017 da Elide Messineo
Se utopia è il modello della società ideale, dove tutto funziona alla perfezione, la distopia è il suo esatto opposto.

È solitamente la concezione di un futuro spaventoso, la distorsione massima della società nel modo più negativo possibile. Avete presente “1984” di George Orwell? Quella è la distopia. E, considerato che ci avviciniamo sempre di più a quello che lui e molti autori hanno descritto, il nostro futuro riserva diversi aspetti inquietanti. Di opere distopiche, al cinema e nella letteratura, ce ne sono a iosa: da “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley a “Il signore delle mosche” di William Golding. Molto spesso la distopia viene associata al futuro, lontano o prossimo, e quindi coincide con narrazioni post-apocalittiche o fantascientifiche, vedi “2022: I sopravvissuti“, “Il pianeta delle scimmie“, “Mad Max” o “Matrix“, solo per dirne alcuni. Tra letteratura e cinema c’è davvero da sbizzarrirsi, nel caso in cui vogliate documentarvi il più possibile su questo genere. Solitamente la distopia viene associata a un futuro in cui le risorse del pianeta sono state esaurite (ci siamo “vicini”) e segna il trionfo del cosiddetto convenience food. Gli scaffali dei supermercati vengono presi d’assalto e il cibo in scatola è la salvezza del genere umano. Ancora meglio il cibo in pillole, in un mondo in cui il tutto si fa sempre più artificiale nell’ottica di un consumo più solidale. Potrebbe assumere tinte horror, come nel caso del Soylent Green de “I sopravvissuti”. Il Soylent in realtà esiste, anche se per fortuna gli ingredienti non sono gli stessi utilizzati nel film. Si tratta di un sostitutivo dei pasti a base di alghe e proteine di soia, che permette di assumere tutti i nutrienti necessari per una dieta equilibrata. In Europa si trova sotto il nome di Joylent, questo prodotto ha scatenato numerose discussioni: è questo il futuro del cibo? Si parla sempre di più di polveri, pillole e superfood.

La serie televisiva di NetflixBlack Mirror” mostra più varianti di un possibile futuro distopico, a volte le storie sono ambientate in un tempo non troppo lontano dal nostro. Nel 2017 si parla sempre più dell’avvenire della nostra società, perciò opere di questa portata suscitano sempre molta curiosità (e ansia) nel pubblico. Basti pensare che una serie come “The Handmaid’s Tale” ha trionfato agli Emmy Awards ed è ambientata nella società fittizia di Gilead, in cui le donne vengono usate solo per procreare, per raccontarla in soldoni. La storia è tratta da un romanzo di Margaret Atwood, che ha affrontato l’argomento distopia anche in altre sue opere. Le donne protagoniste della serie non possono comunicare tra di loro e devono sottostare agli ordini dei loro padroni, l’unico modo che hanno per confrontarsi è sussurrare tra gli scaffali del supermercato, mentre acquistano delle arance o altri prodotti richiesti dai padroni, sempre reperibili in quantità molto limitate. I valori vengono continuamente messi in discussione e spesso a fare da sfondo a queste distorsioni della società ci sono influenze religiose. Tutte queste allegorie sociali rappresentate nei media e nella letteratura non sono altro che il risultato di un immenso dubbio sul futuro che stiamo lasciando in mano ai nostri figli: coltivazioni e allevamenti intensivi, sprechi, inquinamento, l’obesità, il costo e la qualità del cibo che si abbassano sempre di più. L’apocalisse è vicina? Non cadiamo nel catastrofismo, ma forse è meglio andarci cauti o, quantomeno, guardiamo alle cose con maggiore rispetto e consapevolezza. Non è necessario essere dei veri e propri prepper e costruire bunker in vista di una catastrofe nucleare (anche se Donald Trump e Kim Jong-un sono poco rassicuranti in merito) ma avere maggior rispetto per l’ambiente che ci circonda sarebbe già un piccolo passo.



Dal punto di vista del cibo, il pensiero che potesse esistere una sua versione capace di risolvere tutti i mali o più funzionale alle esigenze dell’uomo c’è sempre stata. Non deve necessariamente essere la sacralità dell’ambrosia dei greci o della manna cristiana, potrebbero essere delle semplici pilloline, come quelle di cui si nutrono i Jetson. Il futuro più probabile a cui potremmo andare incontro sembra essere quello narrato in “Wall-E“, la discrepanza tra ricchi e poveri è sempre più marcata e le persone sono tutte obese, si nutrono di junk food e sono talmente grasse e pigre da non volere/riuscire nemmeno più a camminare.

Nel 1972 un gruppo di scienziati del MIT ha pubblicato “The limits to growth“, un libro in cui anticipavano quello che sarebbe successo se le risorse del pianeta fossero state sfruttate ancora e senza rispetto. Erano gli anni Settanta e quelle degli scienziati furono considerate una manciata di teorie hippie, deliri da figli dei fiori. Le teorie si sono avverate, una per una, nell’arco dei trent’anni successivi. La storia di questi scienziati e le conseguenze delle loro teorie sono raccontate anche nel documentario “Last Call – Ultima chiamata“. Come avrete già notato, in questi ultimi anni c’è stata una sorta di corsa ai ripari, almeno da parte di alcune aziende. C’è un’atmosfera di rassicurante desiderio di ritorno alle origini, ai valori più genuini e naturali e una continua ricerca di soluzioni ottimali: per abbattere gli sprechi, le malattie, l’impatto ambientale e così via. Le startup con questo ci vanno a nozze e negli ultimi anni ne sono nate molte che cercano di trovare una soluzione al problema degli allevamenti intensivi, lo sfruttamento degli animali in condizioni tutt’altro che sane e l’idea stessa di continuare ad ucciderli per potersi nutrire. In molti sono convinti che sia obsoleto continuare a nutrirsi di altri esseri viventi nel 2017, una soluzione per gli amanti incalliti della carne potrebbe essere un’altra: la carne in vitro.

Un hamburger in laboratorio è stato creato nel 2013 (il “Frankenburger” di Mark Post) ma le ricerche vanno avanti. Tanto per capire come potrebbe essere un mondo in cui si mangia carne in vitro, potreste consultare il sito Bistro in vitro dell’artista danese Koert Mensvoort. Una visione a mo’ di caricatura, che però non è così assurda, se si considera che davvero ci sono aziende che stanno lavorando su questo. I costi sono ancora troppo alti e gli obiettivi ambiziosi: raggiungere un prezzo della carne accessibile a chiunque, risolvere il problema della fame nel mondo ed evitare di uccidere gli animali ed eliminare tutte le conseguenze che derivano dagli allevamenti intensivi e dal loro mantenimento. Mensvoort sostiene che entro il 2028 i ristoranti saranno tutti cruelty free e si ipotizza anche la costruzione di macchine in grado di produrre carne in vitro abbastanza piccole da poter essere utilizzate fuori dal laboratorio. Magari nei supermercati o addirittura dentro casa, così ognuno potrebbe avere la propria “coltivazione” di carne. Sembra strano e un po’ inquietante, ma chi si occupa di queste tematiche sostiene che si tratti di stranezze alla pari di tutto ciò che nella storia è stato innovativo e oggi ci sembra assolutamente comune. Il Soylent è diventato una realtà (migliorata, certo) ma è in ottima compagnia: la startup Clara Foods si occupa di produrre albumi d’uovo, ma senza l’uovo. Supermeat è un’altra startup, israeliana, che si occupa di produrre carne, ma senza la carne. Suona un po’ come lo step successivo della birra senza alcol, il caffè senza caffeina. Less is more. Solo che in questi casi le aziende andavano incontro a delle esigenze specifiche di alcune fette di popolazione, adesso il problema è globale e l’impegno abbraccia ogni fascia esistente, anche con l’intento di sensibilizzarne quante più possibili. Per essere maggiormente convincenti, soprattutto quando si parla di carne prodotta in laboratorio, le aziende insistono molto su alcuni punti: la carne viene prodotta in un ambiente sterile, non ci sono rischi di contrarre malattie come la salmonella o l’aviaria, gli animali non vengono maltrattati. Andremo incontro a un futuro completamente asettico, con un pianeta sull’orlo del collasso? Sembra il tentativo maldestro di spegnere l’incendio in una foresta con un solo bicchiere d’acqua. Ma dicono che la speranza sia l’ultima a morire e poi possiamo aggrapparci all’altra faccia della medaglia e sognare ancora, ci rimane almeno l’utopia.

Foto di Federica Di Giovanni

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