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Fenomeno podcast

Postato il 23 Febbraio 2021 da Elide Messineo
È appena stato rilasciato un podcast di Bruce Springsteen e Barack Obama, parla del loro modo di vedere gli Stati Uniti, mettendo insieme le idee comuni, pur partendo da vite completamente diverse. Pochi giorni fa, la cantante Francesca Michielin ha annunciato l’uscita di un podcast in cui si occuperà di tematiche femminili, con vari/e ospiti e svariati argomenti. Ovunque mi giri ci sono podcast, podcast che parlano di tutte le cose. Spotify, che ha iniziato pure a produrre i suoi “original”, propone elenchi di podcast a tema in base alle ricerche che faccio, tutti mi consigliano qualche podcast da ascoltare, ho degli amici impegnatissimi perché preparano dei podcast. Pensavo fossero qualcosa di nicchia, un po’ tendente all’hipster sfrenato e invece, da un po’ di tempo a questa parte, tutto il mondo è podcast. Ma cosa sono, esattamente e perché riscuotono così tanto successo?

Da dove arrivano i podcast

Già nel 2017 Jonathan Zenti su il Tascabile parlava del fenomeno, che stava iniziando a diventare rilevante anche in Italia. Anche lui, come molti, faceva una riflessione sul fatto che molte persone non sapessero spiegare concretamente di cosa si tratta, facendo poi le dovute distinzioni con la radio. “Il “podcast” è anzitutto una tecnologia che permette l’ascolto di file audio su internet attraverso la distribuzione di aggiornamenti chiamati “feed RSS, a cui un utente si può iscrivere”. Oltre alle informazioni più tecniche, la differenza sostanziale è che il podcast si può ascoltare in qualsiasi momento. “Nel podcasting non possiamo trasmettere un suono dal vivo, ma dobbiamo caricare in rete un prodotto audio che deve esistere già, essere già finito e pronto per essere ascoltato” spiega sempre Zenti: “Quando parliamo di podcast, quindi, stiamo parlando di “radio on demand”, dove l’ascoltatore è l’assoluto protagonista di quello che decide di scaricare e ascoltare”. Il nome ha a che vedere con il broadcasting e con alcuni dispositivi Apple, come l’iPod, che hanno contribuito enormemente alla diffusione di questo fenomeno e che per molto tempo ne hanno detenuto il “monopolio”. In Italia, ma anche in generale, in questo momento storico se ne parla con più assiduità, ma di podcast si parlava già nel 2004: allora sì che si trattava di una vera e propria nicchia.

Il primo podcast che ha ottenuto un successo fuori dall’ordinario risale al 2014 ed è Serial, come spiega Zenti. Da allora, la popolarità dei podcast è andata crescendo e, dopo essere stati marchiati dagli hipster, sono diventati diffusi praticamente dappertutto. Uno dei motivi del loro successo è proprio la possibilità di ascoltarli in qualsiasi momento. Nel caso di “Serial”, oltre al tema trattato, è proprio la serialità stessa degli episodi ma si aggiunge il fatto di poter ascoltare un podcast mentre si svolgono altre attività. Magari facendo sport, oppure mentre si mangia o quando si è in treno, oppure alla guida. Ci sono podcast di ogni genere, legati alle tematiche più svariate, leggere o pesanti che siano. Per esempio, il movimento #freebritney di cui si parla moltissimo in questi ultimi mesi, si è sviluppato proprio da un podcast dedicato alla popstar, Britney’s Gram. L’impatto è stato clamoroso, al punto che sta influenzando concretamente le vicende legali che riguardano la Spears e il padre, che detiene la sua custodia legale. Non appena è stato chiaro il potenziale di questo strumento, moltissime aziende hanno iniziato a sfruttarlo, dando il via al cosiddetto branded podcast.

A fine 2019 anche l’ANSA parlava dell’enorme successo dei podcast, riportando i dati di Nielsen per cui “Oltre 12 milioni di ascoltatori, +1.8 milioni nel 2019, +16% d’incremento sul 2018: sono i numeri in crescita dell’esercito della voce, il fenomeno podcast che – complice l’abitudine allo streaming – ha contagiato anche gli italiani”. Musica e notizie andavano/vanno per la maggiore e nel frattempo Nielsen stilava tre profili dell’ascoltatore tipo di podcast: l’abitudinario, che li ascolta più volte a settimana; il seriale, che li ascolta almeno una volta al giorno, e il potenziale, che non conosce lo strumento ma potrebbe esserne interessato a scoprirlo e innamorarsene perdutamente.



Si parla di cibo nei podcast?

Ovviamente nei podcast si parla anche di cibo, sotto moltissimi aspetti e punti di vista. Andando a cercare, si scopre che esiste perfino “The food chewing podcast”, composto da un solo episodio (almeno per ora) dedicato alla mela in cui per 4 minuti si sente il rumore di qualcuno che mangia e mastica il frutto. Al di là di queste sperimentazioni, nella maggior parte dei casi i contenuti sono seri e spaziano dalla scienza alla storia, al cinema e la letteratura. Come per tutti gli altri tipi di podcast, quelli sul cibo si concentrano su svariate tematiche, dalla produzione alle ricette, alla salute, gli stili di vita e le tendenze. Lo chef Davide Oldani, come moltissimi colleghi, ne ha uno, che conduce insieme al giornalista sportivo Pierluigi Pardo e in cui si parla principalmente di cibo e di vino. I podcast sono la nuova frontiera della radio, una versione che viene fatta e ascoltata senza urgenza. Come nel caso di “Decanter”, per restare in tema vino, programma di Rai Radio2 che esiste dal 2003 ma che adesso si può trovare sotto questo nuovo formato. Lo streaming e la tv on demand hanno cambiato il modo di percepire l’informazione e l’intrattenimento: adesso sono questi ad adattarsi allo spettatore e non viceversa. È il singolo ascoltatore a scegliere in quale momento della giornata e per quanto tempo seguire ciò che più gli interessa, potendo spaziare tra una varietà quasi infinita di proposte. Qui si aggiunge l’annosa questione della difficoltà di scelta, in un mare di prodotti, senza dover necessariamente penalizzare la qualità di ciò che si ascolta. Ma è un discorso che vale sempre, quando ci si trova di fronte a una grande mole di proposte, come accade con il cibo. Less is more non è una regola ferrea, che vale sempre, soprattutto quando si va a toccare il tema dell’intrattenimento.

I podcast sono un’ottima occasione per imparare o per cercare spunti: Radio Ca’ Foscari, per esempio, racconta il cibo attraverso le ricette di Pellegrino Artusi e tantissimi altri personaggi, che spaziano dagli influencer ai food blogger ai docenti universitari, si occupano di informare su alimentazione e nutrizione. Capiterà sempre più spesso, insomma, di consigliare una ricetta dicendo “l’ho sentita nel podcast di Tizio” o di raccontare aneddoti e curiosità sentiti mentre si andava a correre o a fare la spesa. I podcast hanno una durata variabile, ci sono quelli che durano un’ora e quelli che durano appena pochi minuti, permettendo così di scegliere cosa ascoltare (e quando), in base al tempo che si ha a disposizione. Si tratta di uno strumento piuttosto democratico perché tutti, di fatto, con pochi strumenti possono realizzare podcast. Per molti altri, un podcast serve ad incrementare la propria visibilità, a trattare tematiche al di là del proprio lavoro principale (come per la Michielin) o a farsi conoscere da un pubblico che magari prima non rientrava nel famoso “target”.

Quando si parla di cibo, si sa, si può partire da una base puramente alimentare per arrivare a trattare moltissime tematiche, esattamente come avviene nel pluripremiato The Sporkful di Dan Pashman. Racist Sandwich è un altro podcast in cui si parla di cibo in ogni sfumatura, in particolare quelle legata a questioni etniche e di genere, secondo la filosofia per cui “il modo in cui consumiamo, creiamo e interpretiamo il cibo può essere anche politico”. La quarantena del 2020 ha sicuramente contribuito ad incrementare il successo dei podcast, dato il maggior tempo a disposizione e la voglia di approfittarne per documentarsi e informarsi su argomenti per i quali prima non si aveva tempo – o si pensava di non poter approfondire adeguatamente. L’ascolto richiede un maggiore livello di concentrazione ma crea, allo stesso tempo, una sorta di legame tra l’ascoltatore e chi parla. Questo, a maggior ragione, rende il podcast uno strumento di divulgazione potentissimo, permettendo di scegliere tra moltissime voci e offrendo uno sguardo sul mondo decisamente più inclusivo e variegato.