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Vittime della snack culture

Postato il 10 Marzo 2021 da Elide Messineo
Lo snack è generalmente un piccolo pasto, uno spuntino, che di solito si consuma tra i pasti principali, un po’ per sfizio e un po’ per bloccare la fame. Può essere di molti tipi, più o meno elaborato, dolce o salato; si va da una semplice porzione di frutta fresca o secca, passando per yogurt e merendine preconfezionate varie. L’idea di snack, molto spesso, va di pari passo con quella di comfort food. La sua caratteristica di base è che è molto veloce da mangiare, dà un’immediata sazietà, può essere consumato in qualsiasi momento e in qualsiasi posto. Risalire al primo snack della storia è impossibile, ma tra i primi che vengono in mente invece ci sono i popcorn e le arachidi, che forse sono tra i primi snack ad essere diventati veramente popolari. E infatti gli snack, anche grazie al product placement, giocano un ruolo importantissimo nell’economia (e non solo) della cultura pop. Con buona parte degli snack industriali, arrivati in particolar modo nel dopoguerra, sono cambiate le abitudini alimentari, il consumo è aumentato così tanto che, insieme al junk food, ha iniziato a costituire un problema serio per la salute. Attualmente, anche gli snack stanno andando in una direzione sempre più healthy, sia per l’attenzione e le esigenze sempre più definite da parte dei consumatori, soprattutto i Millennials, sia per le aziende sempre più attente a restituire un’immagine pulita e socialmente impegnata, anche per quanto riguarda le tematiche ambientali.

La patria degli snack, per noi occidentali, sono gli Stati Uniti, e per questo spesso ci sfugge un intero mondo di snack – anche piuttosto bizzarri – che provengono dai Paesi orientali, Giappone in primis. Facendo ricerche relative alla cultura degli snack in Gran Bretagna o USA, spuntano gli effetti negativi di buona parte delle merendine preconfezionate. Ma restiamo un attimo in Oriente, dove quando si parla di snack culture non ci si riferisce alle merendine ma a tutt’altra cosa. Emerge, infatti, un dato che non ha nulla a che vedere col cibo ma legato alle abitudini della popolazione sudcoreana legate ad un altro tipo di nutrimento, quello della mente.



Cos’è la snack culture coreana

In un mondo sempre più veloce, con l’attenzione media bassissima, bisogna essere veloci anche quando ci si informa. Nel 2014 The Korean Times ha iniziato a parlare di un fenomeno in espansione, amplificato dalla presenza degli smartphone. Il “consumo” di media e intrattenimento dura al massimo 15 minuti, il concetto è sostanzialmente questo. È un discorso molto dibattuto e che dal 2014 ad oggi si è naturalmente evoluto ed esteso ben oltre i confini della Corea del Sud. La snack culture modifica le modalità (e le capacità?) di apprendimento: gli utenti, sempre più giovani, usufruiscono di contenuti rapidi, brevi e concisi e, proprio per questa ragione, la loro conoscenza rimane su un piano superficiale, non c’è mai spazio (ma soprattutto tempo) per l’approfondimento.

Rientrano nell’accezione di snack culture tutti quei contenuti che durano da un minimo di 30 secondi a un massimo di 15 minuti. Non è da confondersi con il binge watching, che consiste invece nel “divorare” un’enorme mole di contenuti (in genere serie tv) in un arco temporale più esteso, ma comunque ridotto rispetto alla quantità dei materiali che si guardano. Anche in questo caso, nonostante l’esperienza immersiva, non c’è alcun proposito di approfondimento ed anzi è ancor più difficile assimilare le troppe informazioni (information overload) e gli stimoli. Dispositivi mobile e mobilità, combinati insieme, hanno portato alla produzione di contenuti sempre più veloci, a prova di smartphone e di viaggi di durata mediamente breve, come il viaggio in metro per andare a scuola o in ufficio. Lo smartphone è lo strumento più utilizzato sui mezzi di trasporto, anche se il suo utilizzo è ben più esteso. I contenuti hanno caratteristiche ben precise, tra cui la facile accessibilità: sono molti, per tutti i gusti, sono divertenti, intrattengono e, last but not least, sono la fortuna dei pubblicitari.

Sarà sicuramente capitato anche a voi di cercare contenuti relativi ad un argomento specifico, ma che lo raccontassero bene e nel modo più sintetico possibile. Si può definire una “dieta in pillole di conoscenza” e pertanto non possono essere considerate un pasto completo. Gli effetti della snack culture sono in evoluzione e sotto osservazione ma una delle preoccupazioni maggiori riguarda proprio le conseguenze sulle capacità di apprendimento e l’ulteriore abbassamento della soglia dell’attenzione, che rischia di compromettere altri ambiti, studio e lavoro in primis. Per esempio, immaginate un tragitto quotidiano sui mezzi pubblici e la lettura delle news al mattino: l’idea è quella di essere sempre aggiornati leggendo semplicemente i titoli o guardando video di pochi secondi che le riassumono. Questo scatena l’impressione di essere aggiornati e di non essere rimasti indietro rispetto a nessuno ma senza aver approfondito, di fatto, nemmeno un aspetto della notizia trattata. Le conoscenze relative all’argomento, che si tratti di politica come di spettacolo o di sport, nella maggior parte dei casi resteranno scarse e superficiali, perché difficilmente dopo il primo “snack” si andrà a cercare altro. Tra le varie conseguenze, questo contribuisce spesso anche al fastidioso e diffuso effetto Dunning-Kruger.

Nel 2014 il report del Ministero della Cultura, Sport e Turismo sudcoreano (Trends in Culture and art for 2014) evidenziava l’incremento di contenuti in formato “snack” e il crescente successo di Naver, portale che si può considerare l’equivalente di Google, che lanciando alcune miniserie ha contribuito a sdoganare il fenomeno della snack culture. In Italia si è iniziato a parlare un po’ di più di questo nel 2020, con l’incremento dei contenuti su TikTok, una piattaforma sicuramente diversa, in cui non si trovano le miniserie, ma che in sostanza ha lo stesso effetto. Dal Report Digital 2020 di We Are Social e Hootsuite emerge che gli utenti trascorrono molto tempo online, quasi 7 ore al giorno, di cui quasi 3 sui canali social. Ed è qui che di solito si va a caccia di contenuti che siano sempre freschi e divertenti, dando il via a un altro fenomeno – sottovalutatissimo, in tutta la sua passività -, il doomscrolling, o addirittura il rischio di nomofobia, il terrore di rimanere disconnessi o lontani dal cellulare.

Oltre a un incremento della fruizione dei podcast, c’è una grande quantità di utenti (due terzi di quelli connessi globalmente) che “fruiscono di contenuti televisivi trasmessi tramite internet”. In Italia 50 milioni di persone sono online e 35 milioni di loro sono sui social (dati gennaio 2021), quasi il 60% della popolazione globale usa internet e il 92% degli utenti lo fa da mobile. La conseguenza di una diffusione smodata della snack culture è quella di non riuscire a concentrarsi più su nulla e perdere l’abitudine di farlo, di non avvertire nemmeno la necessità di volerlo fare.

Un piccolo test: quando hai letto l’ultimo libro? Riesci a leggere spesso? E per quanto tempo riesci a concentrarti sul libro senza toccare il tuo smartphone? Se stai leggendo queste domande, in ogni caso, complimenti! Sei alla fine di questo articolo e probabilmente sei ancora fuori pericolo, o immune dagli effetti della snack culture. Continua così!

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