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La rivoluzione d’ottobre: Russia, cibo e luoghi fin troppo comuni

Postato il 13 ottobre 2017 da Elide Messineo
Un po’ come a noi italiani capita di sentirci definire per stereotipi come “pizza, pasta e mandolino”, per i russi c’è l’equivalente di “vodka, patate e matrioske”.

Il luogo comune più diffuso riguarda la cucina, in molti sono convinti che in Russia siano proprio incapaci di cucinare. Sappiamo anche che è una convinzione diffusa dell’Italiano non appena mette piede fuori dai confini del proprio paese, semplicemente la cucina russa è “insolita”. Certo, forse un po’ strana ai nostri occhi, ma è una conseguenza del contesto in cui è nata, del retaggio culturale e, ovvio, anche delle condizioni climatiche di un Paese enorme.

Se si pensa alla Russia, oltre ai luoghi comuni sopracitati, non si può non pensare all’ottobre 1917, la fase finale di una storica rivolta iniziata a febbraio per rovesciare la dinastia Romanov. Il freddo autunno russo, in una terra sconfinata, ricca di storia, il cui popolo è noto per la sua freddezza e per la malinconia, che pare quasi sia tangibile. L’Unione Sovietica di fatto non c’è più ma il suo spirito non ha abbandonato del tutto il popolo russo, che non è ancora totalmente aperto verso l’esterno – per motivi di cui non parleremo qui. Questo ha fatto sì che tutto ciò che si trova in Russia, salvo eccezioni, è prodotto all’interno del Paese. Considerate le temperature fredde e la povertà, i russi sono specializzati in affumicatura e fermentazione, conoscerete tutti sicuramente il kefir, la bevanda ottenuta dalla fermentazione del latte. La Russia ha una vasta produzione di tuberi, soprattutto le patate. Sono una risorsa fondamentale, senza la quale oggi non potrebbe esistere il distillato russo più celebre in assoluto: la vodka. In Russia è talmente diffusa che per molto tempo è stata considerata un prodotto povero, infatti il Paese ha un alto tasso di alcolismo. Nel tentativo di risolvere il problema si sono susseguiti numerosi divieti e negli ultimi anni la Russia si è avvicinata molto alla cultura del vino. Nel più vasto stato del mondo ci sono differenze climatiche e non c’è solo “la steppa sconfinata, a 40 sotto zero”. Nella steppa c’è il clima continentale, mentre la tundra e la taiga sono decisamente più fredde. Il Governo ha scelto di investire sul settore agricolo e sull’autoproduzione; oltre alla cultura di vino, ancora agli esordi, prevale la coltivazione di grano, di cui la Russia è un grande esportatore, ma anche frutta, verdura e pesce, che è un altro cibo molto diffuso. Il caviale vi dice niente? In Russia ci sono molti affacci sul mare, come Vladivostok, il punto più a oriente.

Il Paese ha dato i natali a numerosi artisti e intellettuali, non tutti hanno avuto vita facile a causa degli eventi storici e le conseguenze dell’URSS. Da Anton Čechov‎Fëdor Dostoevskij‎, passando per Nikolaj Gogol’‎, Anna Andreevna AchmatovaBella Achatovna Achmadulina, le opere russe sono contraddistinte da un una malinconia di fondo che è un po’ diventata nell’immaginario collettivo il tratto caratteristico di tutto il popolo. La tradizione culinaria rientra sicuramente nel bagaglio culturale della nazione e ci sono alcuni miti che meritano d’essere sfatati. Il più chiacchierato di questi ultimi anni è il Moscow Mule che, a dispetto del suo nome, non è affatto russo. Incredibile ma vero, è un’invenzione americana. La rivalità tra i due Paesi è leggendaria e sempre viva, metà della filmografia USA senza la Russia probabilmente non esisterebbe. Il Moscow Mule dovrebbe essere stato inventato nel 1941 a New York da John G. Martin. L’uomo, che lavorava al Chatman, faceva fatica a vendere la vodka Smirnoff e cercava una soluzione per renderla più interessante agli occhi del pubblico. Dietro questo cocktail ci sono le storie di tre persone che avevano necessità di vendere o pubblicizzare i loro prodotti, con risvolti inaspettati. Da Los Angeles si aggregò Jack Morgan, che invece voleva pubblicizzare la sua ginger beer. I due ingredienti vennero mescolati insieme con l’aggiunta del lime e nacque il Vodka Buck, che veniva servito dentro delle mug di rame con su inciso un asino. Le tazze appartenevano all’azienda di Sophie Berezinski, allora immigrata negli USA dalla Russia con 2000 tazze da vendere. Il nome che conosciamo oggi quasi certamente deriva dalle mug, che si usano tutt’ora per servire il Moscow Mule. Da Hollywood a New York, l’allora Vodka Buck spopolò, la vodka è un distillato molto conosciuto e apprezzato e negli ultimi anni, complici la moda hipster e il mondo del cinema, è tornato prepotentemente di moda. Manca però un piccolo dettaglio: nella versione che conosciamo noi c’è il cetriolo, in quella originale c’era solo il lime. L’ingrediente è stato aggiunto in seguito, un richiamo all’abitudine russa (ed est europea in genere) di mangiare cetriolini in salamoia bevendo la vodka. Il cetriolo è molto diffuso in Russia, una delle cose che più cattura l’attenzione dei turisti è vedere quante varietà se ne trovano e l’enorme quantità di questi ortaggi è disposta sui banchi dei mercati. Sono quindi molto diffusi anche quelli in salamoia e, una volta finiti, il liquido rimanente è un toccasana – dicono – per il dopo sbronza, alla faccia del Bloody Mary (che è comunque a base di vodka).



E l’insalata russa? Considerato un piatto antiestetico e demodè, continua a resistere quando suona l’ora dell’antipasto o il buffet dell’aperitivo. Ne esistono tante varianti, almeno tante quanto le storie sulle sue origini. Potrebbe essere stata creata sì a Mosca, ma da uno chef francese. La paternità potrebbe spettare quindi ai francesi che, senza mai tralasciare un pizzico di sciovinismo, la chiamano insalata Olivier. La versione piemontese della storia parla di un’insalata rossa, chiamata così perché tra gli ingredienti c’era la barbabietola, che venne presentata allo Zar come omaggio durante una sua visita alla corte dei Savoia. Lo Zar apprezzò parecchio e fece diventare il piatto popolare nella sua terra d’origine. Un’altra versione, forse la più plausibile, sostiene che l’insalata prenda il nome dal cosiddetto servizio alla russa, che prevede che le portate vengano messe tutte insieme a tavola (detto anche al guéridon).

Tra i piatti russi più conosciuti ci sono il borscht, una zuppa a base di barbabietole; le aringhe, il caviale, nella cucina compaiono spesso carne di manzo, carote, patate, le focaccine ripiene pirožki o i bliny, focacce molto simili alle crêpes. Red Reznikov di “Orange is the new black” vi direbbe che i russi hanno solo “vodka e miseria” ma l’alcol non è l’unica bevanda apprezzata in patria. È in realtà il té una delle bevande più diffuse, specialmente perché va servito caldo e quindi è perfetto nei periodi e nelle zone più fredde. In Russia viene servito nel samovar, un contenitore metallico che viene utilizzato per scaldare l’acqua. La diffusione del té tra la popolazione russa è sicuramente il risultato dell’influenza della Mongolia. L’apprezzamento dei russi per il té viene raccontato anche in “Sex and the city“, nella sesta stagone “il russo” Aleksandr Petrovsky porta Carrie Bradshaw al Russian Samovar in piena notte. L’attore che lo interpreta, Mikhail Baryshnikov, è in parte il proprietario del locale di Manhattan che, ovviamente, è noto anche per le numerose e particolari varianti di vodka che propone. Al di là di tutte le controversie e le questioni storico-politiche, la Russia rimane un Paese affascinante, un enorme territorio che ha dato vita a importanti opere. A volte, a seconda del contesto, ci sono cose che possono passare in secondo piano.  “L’umanità può vivere senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui“: parola di Fëdor Dostoevskij.

Foto di Federica Di Giovanni

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