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Venezia e lo Spritz

Postato il 11 settembre 2017 da Elide Messineo
L’aperitivo italiano è conosciuto in tutto il mondo e rientra nello stile di vita tipicamente made in Italy, quello che prevede un certo tipo di spensieratezza e di allegria.

Si tratta anche del simbolo di un’abitudine tipicamente del nord dello Stivale che, con molta calma, sta prendendo piede anche nelle regioni meridionali. Da qualche anno a questa parte il simbolo dell’aperitivo è diventato lo Spritz, che però non è un’invenzione recentissima. C’è chi dice che risalga al Cinquecento ma le notizie più concrete arrivano dal primo ventennio del Novecento. La storia non si conosce in tutti i suoi dettagli ma la diffusione è partita dal Triveneto e certamente per via dell’influenza dell’Impero austriaco. I vini veneti erano più forti rispetto alla birra che bevevano i soldati in Austria così, per stemperare la gradazione alcolica, al vino usavano aggiungere dell’acqua frizzante o Seltz. Il vino, infatti, è l’ingrediente principale dello Spritz, oggi come oggi si utilizza il Prosecco, ma per alcuni questa soluzione è uno spreco. Al vino, nella ricetta base, si aggiungono del bitter e acqua frizzante, da servire nel calice con stelo, accompagnato da una fetta d’arancia. Ma le varianti sono infinite e i barman (o mixologist) si possono sbizzarrire, aggiungendo altri tipi di frutta o altri tipi di alcolici.

La popolarità di questo drink è dovuta anche alla sua bassa gradazione alcolica, Venezia ha reso lo Spritz una vera e propria tendenza, lanciandolo come cocktail con base Aperol negli anni Venti, che poi questo è lo Spritz che tutti conoscono, dall’accattivante colore arancione. In Veneto è un drink molto diffuso ed è favorito dal prezzo contenuto, si usa berlo anche in tarda mattinata, meglio se accompagnato da un buon tramezzino. Nel resto d’Italia, invece, è considerato un vero e proprio cocktail e, come tale, ha solitamente un prezzo più alto. Il merito dell’ondata di popolarità crescente, in Italia ma anche all’estero, è il risultato del suo gusto ma anche di sapienti strategie di marketing. In alcune zone, come Trieste, lo Spritz sopravvive soprattutto nella sua versione originaria. Anche il nome di questo cocktail è di origine austriaca, il verbo “spritzen” vuol dire semplicemente “spruzzare”, riferito al gesto di aggiungere l’acqua frizzante o il seltz al vino, che deve essere fermo. Quello arancione, il più popolare, è lo Spritz veneziano e nel 2011 è stato ufficializzato dall’IBA (International Bartenders Association), che nella ricetta indica come destinazione finale un bicchiere di tipo old-fashioned e lo inserisce nell’elenco dei drink della “nuova era”.

Le varianti esistenti lo propongono con il Campari o il Cynar, poi c’è quello con lo sciroppo di fiori di sambuco, Prosecco, seltz e foglie di menta. Si chiama Hugo, la ricetta originaria prevedeva sciroppo di melissa ma è stata modificata per via della reperibilità dello sciroppo. La preparazione è piuttosto recente, la ricetta è di Roland Gruber, che viene dal Trentino-Alto Adige e che ha dato un nome casuale al drink, che all’inizio si sarebbe dovuto chiamare Otto. Oggi si usa il calice (o l’old fashioned) ma nei primi anni del Novecento lo Spritz si beveva al bancone del bacaro mangiando uova sode o sgranocchiando arachidi. Gli amanti del cocktail si dividono tra puristi e quelli favorevoli alla contaminazione ma, se proprio dobbiamo far prevalere lo spirito di una città come Venezia, che sulla contaminazione ci ha costruito la propria storia, allora è la seconda fazione ad avere la meglio.

Foto di Federica Di Giovanni

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