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I fiori che porta l’estate

Postato il 17 luglio 2017 da Elide Messineo

Se c’è un colore che viene subito in mente pensando all’estate è il giallo. Giallo sgargiante, come il sole di luglio, come quello di un bouquet di fiori di zucca. Belli da vedere, buoni da mangiare, dono prezioso di madre natura che raggiunge il suo apice cotto in olio bollente, più caldo dell’estate.

Quelli che si usano più spesso in cucina sono i fiori maschili, quelli con il peduncolo sottile e che al banco del mercato vanno scelti uno per un uno, dopo un’accurata selezione e un serrato controllo dei petali e del loro colore. I graziosi fiori di zucca sono composti prevalentemente da acqua, sono ricchi di carotenoidi, contengono ferro e vitamina A, hanno proprietà antiossidanti e un bassissimo apporto calorico: sono perfetti per chi segue una dieta vegana. I fiori femminili, invece, sono quelli che rimangono attaccati alla zucchina, commestibili anch’essi ma da separare solo nel momento in cui sono pronti per fare il bagno nella pastella. In Calabria e in Campania si mangiano in formato frittella ma i fiori di zucca stanno bene un po’ dove capita: sulla pizza, con le acciughe, negli sformati, con la pasta, nei risotti, sono buoni ripieni oppure al forno o al vapore. Fritto, però, è tutto più buono, si sa. Un buon fiore di zucca da comprare al mercato deve avere una buona consistenza e un colore sano, vivace, il pistillo deve essere di un giallo acceso e i petali non devono essere arricciati.

I fiori di zucca erano un ingrediente particolarmente apprezzato sull’abbondante tavola dell’imperatore azteco Moctezuma II, facevano da contorno a portate di carne (quaglie, cervi, anatre) insieme ai fagioli e alle verdure, cotte o crude. Colori e sapori da alternare alla gioia dell‘ololiuqui e del cacao fermentato con miele e peperoncini*, piatti prelibati per i popoli precolombiani. Le zucche in generale erano uno dei cibi più diffusi, con mais, fagioli e pomodori, e, a seconda del territorio, venivano abbinati alle risorse disponibili, che fossero carne o pesce. Le zucche, poi, venivano utilizzate a scopo ornamentale (accade tutt’oggi) ma anche come contenitori o tazze, una volta svuotate. Finito il pranzo da 300 portate, l’imperatore e i suoi ospiti non rinunciavano a riempire le grandi pipe di tabacco aromatizzato con vaniglia e petali di fiori, per chiudere in bellezza.



Il nome Moctezuma (o Montezuma) significa “colui che diventa sovrano con rabbia“, l’imperatore azteco (tlatoani) è stato dapprima uno studioso, sacerdote capo del Calmecac, scuola per i figli della nobiltà azteca, e poi grande despota. Inizialmente pare non fosse molto interessato a regnare e scomparve subito dopo essere stato eletto, per poi essere ritrovato in un tempio intento a pulire. La sua personalità è stata sempre sopra le righe, non spiccava per essere socievole e infatti alla lunga i suoi sudditi smisero di adorarlo. Tuttavia Moctezuma II riuscì a portare Tenochtitlàn (l’attuale Città del Messico) al potere. Dispotico e superstizioso, era creduto un semidio, capace di interagire con gli dei mexica, era noto anche per la sua “passione” per i sacrifici umani, che richiedevano la morte di numerose persone. Le cose cambiarono con l’arrivo di Hernan Cortès nel 1519, il conquistatore si avvicinò subito all’imperatore nel tentativo di convertirlo al cristianesimo e convincendolo a rinunciare ai sacrifici umani. Incredibilmente Moctezuma si rivelò molto aperto e gentile nei confronti degli stranieri spagnoli, era infatti convinto che fossero degli emissari del dio del vento Quetzalcoatl – nell’ultimo periodo aveva avuto numerose premonizioni e si erano verificati strani eventi, come il passaggio di una stella cometa. L’errore di essere amichevole gli costò caro, nel giro di un paio di mesi Cortès e i suoi uomini, esaltati dall’abbondanza di oro e favoriti dalla disorganizzazione e dall’ingenuità del popolo azteco, distrussero una volta per tutte l’impero. La morte del tlatoani rimane avvolta nel mistero e ne esistono più versioni. Secondo Bernardino De Sahagùn, Moctezuma morì accoltellato dai suoi stessi uomini; Bernal Dìaz del Castillo parla di una “doccia” di frecce e pietre, sostiene che a lapidarlo furono i suoi stessi sudditi. Nel 2009 il British Museum ha cambiato le carte in tavola, stravolgendo entrambe le versioni: l’imperatore azteco sarebbe stato fatto prigioniero da Cortès e una volta terminata la sua utilità gli spagnoli lo uccisero costringendolo a ingerire dell’oro fuso.

Di certo Hernan Cortès non si porta dietro la reputazione di uomo dai modi gentili. Neil Young lo cita nel brano “Cortez the killer” (l’assassino), dove fa riferimento ai conquistadores e alla figura di Montezuma. Non a caso quello che è considerato uno dei suoi brani più belli fa parte dell’album “Zuma“, uscito nel 1975. Il nome, che vuol dire “arrabbiato” o “con espressione arcigna”, potrebbe essere un ulteriore riferimento all’imperatore azteco o alla spiaggia di Zuma che si trova sulla costa di Malibu, in California. Non dimentichiamoci, infatti, che un tempo quell’area era popolata dalla tribù Chimash, di lingua uto-azteca. Anche tutto ciò che c’era prima della California finì per mano degli spagnoli, a partire dall’arrivo di Juan Rodriguez Cabrillo, nel 1542, anche se ci volle molto più tempo. Tenochtitlàn, invece, fu rasa al suolo dai conquistadores spagnoli il 13 agosto 1521, in quel periodo dell’anno in cui i fiori di zucca non devono temere il gelo e abbondano ancora nei campi.


Foto di Federica Di Giovanni


*Il mondo dell’archeologia, contributo di Christine Niederberger.

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