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Una storia tutta da ascoltare

Postato il 14 Novembre 2019 da Elide Messineo
Se pensi al jukebox, una delle prime cose che ti può venire in mente è il pugno bene assestato di Fonzie (Harry Winkler) per farlo partire. Se non è la prima cosa che ti viene in mente, significa che sei troppo giovane per aver visto “Happy Days” e che probabilmente non hai mai provato l’ebbrezza di inserire una monetina per ascoltare la tua canzone preferita o quella della persona che stai provando a conquistare. Non bisogna per forza essere nati molto tempo prima di “Happy Days” per conoscere un jukebox, basta essere arrivati anche solo ai tormentoni degli anni Novanta, quelli del Festivalbar che si sentivano a tutto volume allo stabilimento balneare in estate. Il jukebox è un’esperienza e per molti è un ricordo a cui guardare con nostalgia. Da quando esiste? Da un sacco di tempo.

Era il 23 novembre 1889 quando il primo jukebox faceva il suo debutto in pubblico. Era nel Palais Royal Saloon di San Francisco, portava la firma della Pacific Phonograph, di Louis Glass e William Arnold, e non era troppo simile a ciò che conosciamo oggi. Allora solo poche persone per volta potevano ascoltare la musica, lo facevano attraverso dei tubi collegati al fonografo interno. Da lì in poi il successo di questo magico aggeggio fu inarrestabile e negli anni Cinquanta e Sessanta non c’era un locale che non ne avesse uno. Gettone su gettone, il jukebox segnò il successo delle case discografiche e diede vita ai tormentoni. Proprio per questo si dice che un pezzo molto in voga è “gettonato”: ai tempi del jukebox l’ascolto non si poteva misurare in alcun modo, se non in base ai nichelini spesi per ascoltare i brani. Altro che streaming.



La felicità al prezzo di un nichelino.

Oggi i jukebox sono roba per collezionisti incalliti, che conoscono a memoria ogni singolo modello mai prodotto. Tra le celebrità di settore, impossibile non menzionare l’iconico Wurlitzer 1015. Il boom dei jukebox, dicevamo, ha raggiunto il suo apice nel dopoguerra, negli anni Cinquanta. Il nome deriva da “juke”, termine utilizzato per definire i “juke joint”, dei bar frequentati dagli afroamericani o i bordelli. “Juke”, a sua volta, è un termine che deriva dalla parola “jook” che in lingua gullah (creola degli africani d’America) significa “disordinato”, “chiassoso” o “malvagio” e veniva usata per indicare speakeasy e case chiuse. La parola è arrivata in Italia solo sul finire degli anni Cinquanta, diffondendosi nei locali di svago e andando a rimpiazzare pianisti e altri musicisti che si esibivano dal vivo. Allettante era la possibilità di scegliere la musica da ascoltare ma, ancor di più, la certezza di una perfetta esibizione: vuoi Elvis, ed è quello che avrai. Non a caso, il jukebox contribuì in modo notevole alla diffusione del rock’n’roll, soprattutto nelle periferie. Nell’America degli anni Cinquanta tutti potevano tirare un sospiro di sollievo, l’economia era in netta ripresa e un nichelino era la garanzia di qualche minuto di spensieratezza, di un ballo di gruppo, un lento in coppia, un messaggio d’amore, divertimento. I giovani si riunivano nei locali, il fenomeno fu così vasto e intenso che perfino i media se ne occuparono abbondantemente. Il jukebox era, in quegli anni, la proclamazione definitiva di un sentimento condiviso da un’intera nazione, del bisogno e della voglia di divertirsi. Dagli USA con furore, questi “armadietti” musicali presero piede in tutto il mondo, diventando un vero e proprio collante sociale. Dopo il debutto del jukebox di Glass si venne a sapere che si potevano accumulare migliaia di nichelini, tantissimi per l’epoca, così nacquero diverse case di produzione e le scatole musicali iniziarono ad essere avvistate ovunque, dalle tavole calde ai traghetti che da Oakland portavano a San Francisco, patria natìa del fenomeno. A fare da sfondo a balli e momenti conviviali sulle note del brano del momento, c’erano molto spesso i diner, altro simbolo dell’american way of life. Tra un pezzo di Chuck Berry e uno di Bing Crosby poteva succedere di tutto.

I diner sono diventati un vero e proprio simbolo della cultura statunitense, in particolare per la loro natura fortemente “democratica”. Aperti 24 ore su 24, i diner accolgono tutti senza giudicare: dall’uomo d’affari al senzatetto che cerca ristoro, dallo studente a Beatrix Kiddo che, ricoperta di terra e un po’ sanguinante, chiede un bicchiere d’acqua. I diner, infatti, compaiono in tantissimi film, serie tv, vengono citati nelle canzoni e rappresentati nei dipinti. Il più celebre in assoluto è sicuramente “Nighthawks” di Edward Hopper (1942): l’amore per i diner deriva, oltre che dal loro essere democraticamente accoglienti, da prezzi bassi e cibo nutriente – o grasso, per dirlo in altri termini. Uno dei nomi affibbiati a questo tipo di locale è “greasy spoon”, ovvero “cucchiaio sporco” e la colpa è tutta di un vecchio locale romano. Si chiamava “Il Gabbione”, una trattoria ricavata da una cantina nei pressi della fontana di Trevi. Un posto senza troppi fronzoli e molto legato alla cucina tradizionale, molto meno alla pulizia, tanto che i tedeschi lo avevano ribattezzato “Zum Schmutzigen Löffel”: “cucchiaio sporco”, per l’appunto. La nascita del diner, più o meno come quella del jukebox, risale alla fine dell’Ottocento e viene collocata a Providence, Rhode Island. Un uomo di nome Walter Scott aveva deciso di abbandonare il proprio lavoro e, dopo aver rimesso in piedi un carro destinato al traino dei cavalli, decise di provare a vendere cibi e bevande. Arrivarono le ruote, alle quali fecero seguito i diner stazionari: il primo risale al 1913, ad opera di Jerry Mahoney. Il successo della sua formula fu clamoroso, negli anni Cinquanta aveva aperto oltre 6000 diner sparsi per tutti gli Stati Uniti. Pancakes, waffel, hamburger and a cup of joe, il caffè da riempire e riempire ancora mentre si chiacchiera, si scrive o si assiste a una rapina, in stile “Pulp Fiction”. Non c’è film di Tarantino che non rappresenti un diner e anche David Lynch ne è notoriamente un appassionato, lo saprà chiunque abbia visto “Twin Peaks” e conosce la celebre cherry pie. Dolci accompagnati da panna abbondante e vistosi milkshake sono tra i piatti-simbolo del diner, insieme a patatine fritte, anelli di cipolla, apple o lemon pie, uova strapazzate e sandwich di ogni tipo. Oliver Stone ha mostrato il suo amore per i diner in “Natural born killers: insieme alle roadhouse, oltre che per psicopatici cinematografici e televisivi, questi locali sono spesso punti di riferimento per i viaggiatori. Jack Kerouac apre il suo romanzo sperimentale “Visioni di Cody” descrivendo un diner e come dimenticare quello del musical “Grease”? Lo troviamo in “Harry ti presento Sally”, in “Breaking Bad” e fa da sfondo alle disavventure delle due protagoniste di “2 broke girls”. L’american way of life rappresentata dai tavoli di formica, i pavimenti a scacchi, i neon e l’acciaio delle strutture, insieme alla musica emessa dai jukebox, negli anni ’50 era il perfetto contrasto per differenziarsi dai russi, gli acerrimi nemici sovietici a causa dei quali prese il via alla caccia alle streghe durante il maccartismo.

Il New Jersey si può considerare la capitale mondiale dei diner: negli Stati Uniti questi locali che rappresentano piccole attività dai costi contenuti, hanno fatto la fortuna di numerose famiglie di immigrati greci, ma non solo. La situazione iniziò a farsi difficile, invece, per i jukebox, con il diffondersi delle radio private, che abbattevano notevolmente i costi per i proprietari dei locali. La nostalgia ha portato alla nascita di jukebox digitali, che però nulla hanno a che vedere con le emozioni legate alle abitudini passate. In Italia, oltre che agli stabilimenti balneari e ai primi amori estivi, il ricordo del jukebox è legato ai musicarelli. Su tutti, l’eloquente “I ragazzi del jukebox di Lucio Fulci che nel 1959 mostrava al pubblico il molleggiato e amatissimo Adriano Celentano. Lui stesso lo cantava: la felicità costa un gettone.

 

 

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