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Preghiere moderne

Postato il 9 Dicembre 2021 da Elide Messineo
Nel 1976 Francesco De Gregori pubblicava il suo quinto album. Si intitolava “Bufalo Bill”, un disco ricco di riferimenti all’America – raccontata nel bene e nel male – a partire proprio dal titolo, che fa riferimento al noto Buffalo Bill, nome d’arte di William Frederick Cody. Come moltissime altre persone, anche De Gregori è cresciuto con il mito di Cody, diventato un vero e proprio eroe le cui gesta sono state narrate anche a teatro in una lunghissima tournée che lo vide protagonista e che passò anche per l’Italia. A lui fu dedicata anche la canzone “Buffalo Bill a Torino”, scritta dal cantautore Eugenio Veritas per ricordare gli incredibili spettacoli che, nel 1906, conquistarono tutta la città. Nel corso del tempo, Cody aveva costruito la sua immagine di eroe leggendario, girando in lungo e in largo con il suo circo, raccontando avventure e gesta con lo sfondo di un’America che oggi sarebbe decisamente meno credibile. Era quella l’America che faceva sognare all’inizio di un nuovo secolo e ancora dopo, per molto tempo, anche nel 1976. Nell’anno in cui De Gregori pubblicava il suo album, al cinema usciva “Taxi Driver” e gli Eagles pubblicavano “Hotel California”, Steve Jobs e Steve Wozniak fondavano la Apple, tutto era ancora possibile.

Di tutto l’album di Francesco De Gregori, ci fu un brano che fece più scalpore di altri ed era quello che chiudeva il disco: Santa Lucia. Il cantautore fu aspramente criticato da una parte, mentre fu elogiato dall’altra, inclusa la sana invidia dell’amico e collega Lucio Dalla, che disse che avrebbe voluto scrivere un brano così bello e intenso. La canzone che chiude “Bufalo Bill” è considerata quasi una preghiera moderna, dedicata a coloro che stanno ai margini. De Gregori non aveva certo realizzato un album di conversione al cattolicesimo, la metafora di coloro che “non vedono” gli venne in mente osservando la madre che, quando non riusciva a trovare qualcosa a causa della sua miopia, nominava proprio la Santa, protettrice della vista. Il brano di De Gregori è scritto “per tutti quelli che hanno gli occhi e un cuore che non basta agli occhi”, una canzone che è anche preghiera e poesia dedicata agli ultimi, a “chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo”, che si chiude con un’immagine di buon auspicio, la figura di un ragazzino che “canta, ride e stona” e al quale l’autore augura di superare tutte le difficoltà che la vita gli metterà davanti.

Santa Lucia è una delle figure più popolari della religione cristiana, di lei narrò anche Dante Alighieri nella “Divina Commedia”, descrivendo la Santa come l’allegoria della “grazia illuminante” (ed è anche uno dei personaggi del videogame di “Dante’s Inferno”). Molto spesso, Santa Lucia viene ritratta con un piattino in cui sono deposti i suoi occhi: sebbene comunemente si ritenga che le furono cavati durante uno degli episodi del suo martirio, è molto più probabile che si tratti di un simbolo di ciò che la Santa rappresenta e di ciò che il suo nome significa: luce, derivato dal latino “lux”. La santa protettrice della vista è infatti considerata “portatrice di luce”. Uno dei motivi è strettamente legato a una leggenda che la vede protagonista. Secondo l’agiografia della santa, Lucia nacque da una famiglia nobile ai tempi di Diocleziano, ma rimase orfana di padre quando aveva cinque anni. La madre, Eutychia, era da tempo ammalata e nessuna cura sembrava funzionare, finché la giovane Lucia decise di andare con lei in pellegrinaggio al sepolcro di Sant’Agata a Catania, pregando affinché potesse guarire la madre da tutti i suoi mali. Lucia sognò la Santa catanese che le diceva che le sarebbe stata onorata la città di Siracusa e che la madre era guarita grazie alla sua fede. Da allora, Lucia decise di abbandonare tutti i suoi averi e dedicare la vita ad aiutare i bisognosi, consacrando la sua verginità a Cristo. Era stata però promessa in sposa già in tenera età ad un pagano che, apprendendo la sua decisione di non convolare a nozze, la denunciò come cristiana. Ai tempi dell’imperatore Diocleziano, i cristiani venivano perseguitati e Lucia fu sottoposta a un lungo processo che si concluse con l’accusa di stregoneria poiché erano accadute cose strane ed inspiegabili: la donna sembrava essere diventata così pesante che neppure decine di uomini riuscivano a smuoverla e nemmeno il fuoco del rogo in cui tentarono di bruciarla ebbe effetto su di lei. Durante il periodo in cui si occupava dei bisognosi, pare che Lucia portasse cibo ai cristiani che, per paura delle persecuzioni, si nascondevano nelle catacombe siracusane. Per poter portare più cibo e aiuti possibile, pare che Lucia usasse portare in testa una corona di candele per illuminare il cammino buio ed è da qui che sarebbe considerata portatrice di luce. Santa Lucia, infatti, è venerata anche in Scandinavia, dove la luce ha un’estrema importanza negli inverni lunghi e bui dell’estremo Nord. In alcuni Paesi scandinavi, la santa nelle processioni viene rappresentata da alcune donne vestite in abiti bianchi, simbolo di purezza, e fasce rosse, simbolo del martirio, che intonano canti e preghiere indossando una corona di candele in testa.

Prima che sia Natale

 

La festa di Santa Lucia coincide con il periodo che precede il Natale, i bambini portano in processione dolci tradizionali e panini allo zafferano, nella speranza che la luce della Santa possa accompagnarli nelle fredde e buie giornate invernali e che possa illuminare anche il loro cammino spirituale. Santa Lucia è venerata anche in Italia, ovviamente nel siracusano, ma anche in alcune aree del Nord del Paese, dove viene rappresentata quasi come una versione femminile di Babbo Natale. La notte tra il 12 e il 13 dicembre è quella dei doni di Santa Lucia: ad ogni luogo corrisponde una diversa versione della tradizione, generalmente associata ad accadimenti storici, momenti di difficoltà seguiti da un miglioramento. Come nel caso della tradizione veronese, che associa la festività alla fine di un’epidemia che causava problemi agli occhi, soprattutto ai più piccoli. La leggenda risale al XIII secolo e la popolazione chiese una grazia a Santa Lucia andando in pellegrinaggio, a piedi scalzi e senza mantello, nel freddo inverno. Poiché i bambini avevano molto freddo, i genitori promisero che al loro ritorno avrebbero trovate dei doni da parte della santa: poco tempo dopo l’epidemia si placò e la tradizione rimase, tanto da durare ancora oggi. In diverse regioni del Nord Italia si usa prepararsi alla notte di Santa Lucia facendo scrivere una letterina ai bambini, in cui elencano i regali che vorrebbero ricevere, proprio come succede con la più nota lettera a Babbo Natale. È previsto che Santa Lucia passi per le strade con il suo asinello carico dei doni ma è molto importante che i bambini stiano buoni e a letto e che non si affaccino alla finestra per cercare di vedere la santa, che altrimenti getterebbe cenere nei loro occhi e non porterebbe più alcun regalo. Se nel caso di Santa Claus si lascia un bicchiere di latte con dei biscotti sul tavolo durante la notte di Natale, nel caso di Santa Lucia le famiglie lasciano arance, biscotti, caffè, vino ed anche un po’ di fieno per il suo asinello. La mattina del 13 dicembre – considerato erroneamente il giorno più corto dell’anno – i bambini al loro risveglio trovano il cibo mangiucchiato dopo il passaggio di Santa Lucia, insieme ai doni che ha portato per loro.

Ogni luogo ed ogni regione hanno la loro tradizione associata a questa festività e, di conseguenza, tanti sono i cibi tradizionali che vengono preparati. C’è chi, come a Forlì, prepara croccanti e torrini e chi, come a Palermo, prepara panelle e arancin*, poiché è vietato per quel giorno consumare pane, pasta e simili. Anche questa usanza deriva da un evento storico che vide la città di Palermo in grande difficoltà: si tratta della carestia del 1646, secondo la leggenda il giorno della festa di Santa Lucia, dopo le numerose e fiduciose preghiere della popolazione, arrivò al porto una nave carica di grano. I palermitani erano così affamati che lo bollirono e lo mangiarono subito, condito solo con un po’ di olio. Per ricordare la fine della carestia, il giorno di Santa Lucia a Palermo non si mangiano cibi a base di farina ed uno dei simboli di questa tradizione è la cuccìa, un dolce a base di grano bollito e ricotta. La ricetta, con una versione dei fatti praticamente identica, ad eccezione della data in cui sarebbero avvenuti, è in realtà contesa tra Palermo e Siracusa, città natale della Santa.


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